Nel 1514 e nel 1535 la marchesa di Mantova Isabella d'Este passeggiò tra queste rovine, seguita dall'architetto rinascimentale Andrea Palladio, che vi si recò per studiarne le formidabili tecniche costruttive.
Con un'estensione di due ettari e una pianta rettangolare di 167 per 105 metri, la struttura costituisce il più imponente esempio di villa romana dell'Italia settentrionale. Edificata agli inizi del I secolo d.C. su precedenti strutture del I secolo a.C., la residenza domina l'estremità della penisola di Sirmione, sulla riva meridionale del lago di Garda. Nel 1483, Marin Sanudo il Giovane associò le rovine a Gaio Valerio Catullo, ispirandosi al Carme 31 in cui il poeta descrive il suo ritorno a Sirmione. La denominazione "Grotte" si deve al fatto che gli ambienti, in gran parte interrati e coperti di vegetazione, apparivano ai primi esploratori come caverne. Sebbene la villa visibile oggi sia stata costruita dopo la morte del poeta veronese, il nome è rimasto nei secoli. In stato di abbandono già nel III secolo, parte della sua decorazione architettonica fu reimpiegata in una villa romana nella vicina via Antiche Mura. Tra il IV e il V secolo, le imponenti mura superstiti furono incluse nelle fortificazioni della penisola e l'interno dell'edificio divenne un'area per le sepolture.
Cosa vedere
L'ingresso principale si trovava nell'avancorpo meridionale, introducendo uno spazio distribuito secondo precisi criteri di assialità e simmetria emersi negli studi degli anni Novanta. Per compensare l'inclinazione del banco roccioso, i costruttori realizzarono massicce opere di sostegno (sostruzioni) nella parte settentrionale ed effettuarono imponenti tagli nella roccia, visibili nel Grande Criptoportico sul lato ovest e a est dell'avancorpo nord. Il piano nobile, un tempo abitazione del proprietario, risulta il più danneggiato per via della secolare spoliazione dei materiali, mentre i livelli intermedi e inferiori mantengono un migliore stato di conservazione. L'edificio era caratterizzato da lunghi porticati e terrazze aperte verso il lago lungo i lati est e ovest, collegati a nord da una terrazza belvedere munita di velarium. A sud, sotto un pavimento in opus spicatum, si sviluppa una cisterna lunga quasi 43 metri per la raccolta dell'acqua quotidiana. Il settore termale a sud-ovest, che include la cosiddetta piscina, fu ricavato all'inizio del II secolo. Nel settore settentrionale, i resti conservano nomi convenzionali derivati dalla tradizione e dai primi scavi: l'Aula a tre pilastri, il Lungo corridoio, la Trifora del Paradiso, il Grande Pilone, la Grotta del Cavallo e l'Aula dei Giganti. Al centro del complesso, in sostituzione dell'antico giardino, si estende il Grande Oliveto, composto da circa 1500 piante secolari di tre varietà gardesane (casaliva, leccino e gargnà).
La visita
I primi studi concreti risalgono al 1801 a opera del generale d'artiglieria napoleonico Lacombe-Saint-Michel, seguiti dagli scavi del conte veronese Giovanni Girolamo Orti Manara pubblicati nel 1856. Dopo la campagna di restauro della Soprintendenza avviata nel 1939, l'intera area è stata acquisita dallo Stato nel 1948. Il sito, che nel 2013 ha registrato 215.961 visitatori e un introito lordo di 504.700 euro risultando il ventisettesimo luogo statale più frequentato in Italia, comprende dal 1999 il Museo archeologico. Il portico d'ingresso illustra la genesi e la morfologia del lago e le antiche vie di comunicazione. L'interno ospita tre sezioni: preistoria e protostoria con reperti dalle palafitte locali, età romana con materiali delle Grotte e di Toscolano, ed età medievale con i corredi funerari della chiesa di San Pietro in Mavino. L'allestimento si completa con un plastico della villa e un monitor touch-screen con filmati in tre lingue. A conferma del suo fascino, nel 2017 il complesso è stato utilizzato come set per il film premio Oscar Chiamami col tuo nome.
Il consiglio della redazione
Il Grande Criptoportico lungo il lato occidentale offre la prospettiva più chiara per osservare le titaniche opere di scavo sul banco roccioso affrontate dagli antichi ingegneri. Prendetevi del tempo per attraversare il Grande Oliveto centrale: grazie a un progetto di recupero curato da UNAPROL e AIPOL, dal 2012 le olive di questi alberi storici vengono nuovamente raccolte per produrre olio extravergine.