🌋 Natura e panorami

Grotte di Frasassi

📍 Genga, Marche · 88/100

L'Abisso Ancona è la prima sala che si incontra ed è talmente grande che il Duomo di Milano ci starebbe dentro: 180 metri per 120 alla base, 200 di altezza, più di due milioni di metri cubi di vuoto. Quando Rolando Silvestri, del Gruppo Speleologico Marchigiano CAI di Ancona, ne trovò l'ingresso il 25 settembre 1971, un buco grande come un volante d'auto aperto sul fianco nord del monte Valmontagnana a quota 450, nessuno immaginava quelle dimensioni: la profondità venne stimata lanciando un sasso e cronometrando la caduta, e il primo calcolo diede oltre 125 metri.

Cosa vedere

Il percorso attrezzato attraversa l'Abisso Ancona su passerelle sospese, poi la Sala 200, un corridoio lungo esattamente quanto dice il nome, con al centro l'Obelisco, una stalagmite di quindici metri, e la Sala delle Candeline, dove migliaia di piccole stalagmiti cilindriche spuntano da un anello di roccia come candele su un piattino. Seguono la Sala Bianca, coperta di calcite pura, e la Sala dell'Infinito, chiamata così perché i primi esploratori vi girarono in tondo diverse volte prima di trovare l'uscita.

I nomi delle concrezioni li hanno inventati gli speleologi e sono rimasti: la Spada di Damocle, la stalattite più grossa, 7,40 metri per 150 centimetri di diametro; la Fetta di pancetta, rosata, e la Fetta di lardo, bianchissima; le Canne d'organo, lamelle che suonano se percosse; il Castello delle streghe. Tutto questo si è formato dentro un calcare stratificato in 190 milioni di anni e scavato circa un milione di anni fa, quando le acque fredde del Sentino incontravano le risalite sulfuree e ne moltiplicavano il potere di dissoluzione. Dentro non arriva un raggio di luce naturale: l'illuminazione è artificiale, a luce bianca fredda, scelta per non alimentare la crescita di alghe sulle concrezioni.

La visita

Si entra soltanto accompagnati, in gruppo, dal tunnel artificiale scavato dopo i calcoli dell'ingegner Aldo Neroni Mercati di Fabriano, ricordato da una lapide all'ingresso; le grotte sono gestite dal 1972 dal Consorzio Frasassi e aperte al pubblico dal 1º settembre 1974, con più di dodici milioni di visite da allora. Si arriva a San Vittore di Genga, sulla ferrovia Roma-Ancona, e una navetta porta dalla biglietteria all'imbocco. Dentro ci sono 14 gradi costanti e umidità vicina al 100%: servono una giacca e scarpe chiuse, perché il percorso sale ed è scivoloso. Il giro dura poco più di un'ora; su prenotazione esistono anche itinerari speleologici con casco e tuta.

Il consiglio della redazione

Prenotiamo il primo turno del mattino, quando il gruppo è piccolo e le guide hanno tempo per le domande, e ci teniamo in coda alla fila: in fondo si sentono meglio il gocciolio e il silenzio. Dopo, invece di ripartire subito, saliamo a piedi nella gola fino al Tempietto del Valadier, del 1828, e al santuario di Santa Maria infra Saxa, ricordato dal 1029 e incassato sotto la roccia: mezz'ora di strada e la giornata cambia forma. Una storia che raccontiamo sempre: nel 1986 il sociologo Maurizio Montalbini rimase quaggiù 210 giorni per un esperimento sui ritmi biologici, e ne uscì convinto che ne fossero passati settantanove.

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