Una frana del XII secolo ha fatto quello che nessun restauro avrebbe potuto: ha sepolto i pavimenti della villa e li ha restituiti intatti. Sotto quel fango si sono conservati circa 3.500 m² di mosaici e di opus sectile, la raccolta più ricca e più varia rimasta dal mondo romano. I resti stanno quattro chilometri fuori Piazza Armerina, in contrada Casale, e appartengono a una residenza del primo quarto del IV secolo cresciuta sopra una fattoria più antica: non una villa di campagna qualsiasi, ma il centro padronale di un latifondo, con la pianta di un palazzo urbano. I primi scavi professionali sono del 1929, con Paolo Orsi; quelli decisivi fra il 1950 e il 1960, con Gino Vinicio Gentili, arrivato qui dopo le segnalazioni degli abitanti. Dal 1997 il sito è patrimonio UNESCO.
Cosa vedere
Il corridoio della Grande Caccia è lungo 65,93 metri e largo cinque: su tre fasce racconta la cattura di belve destinate agli anfiteatri, il trasporto e l'imbarco su navi da carico. È il mosaico che da solo spiega come funzionava l'economia dell'impero tardo. In un vano sul lato sud del peristilio quadrangolare, invece, dieci ragazze in subligar, la tenuta sportiva romana, corrono, lanciano il disco, sollevano pesi e giocano a palla: è la sala delle fanciulle in bikini, un rifacimento più tardo steso sopra un pavimento precedente.
Il resto è altrettanto fitto: la sala di Orfeo, con il poeta circondato da oltre cinquanta specie di animali; la Piccola Caccia, dodici scene su quattro registri con il sacrificio a Diana e il banchetto nel bosco; il triclinio a tre absidi con le fatiche di Ercole, la nascita della vite e la lotta contro i Giganti; il vestibolo con l'adventus, il benvenuto solenne al padrone di casa; e, nelle terme, il mosaico che mette in scena una corsa di carri nel Circo Massimo. Chi fosse quel padrone resta discusso: l'ipotesi oggi più seguita fa il nome di Lucio Aradio Valerio Proculo Populonio, governatore della Sicilia fra il 327 e il 331 e console nel 340, che da pretore aveva offerto a Roma, nel 320, giochi rimasti a lungo famosi.
La visita
La villa è coperta: l'allestimento museografico progettato da Franco Minissi nel 1957 protegge i pavimenti e li fa guardare dall'alto, da passerelle che seguono un percorso quasi obbligato. Vuol dire che si visita anche con la pioggia, ma d'estate sotto la copertura l'aria è ferma e fa caldo: meglio le prime ore del mattino. Si arriva in auto dai quattro chilometri di strada che scendono da Piazza Armerina; per vedere tutto con calma servono due ore, un'ora e mezza andando spediti. Un dettaglio pratico: i mosaici si guardano sempre dall'alto e mai da vicino, e un binocolo piccolo o lo zoom del telefono servono più di quanto sembri.
Il consiglio della redazione
Il nostro consiglio è rovesciare l'ordine: prima la Grande Caccia, poi tutto il resto. Il corridoio è il cuore del racconto ed è anche il punto più affollato della villa; vederlo per primo, con poca gente davanti, cambia la visita. Guardate poi i bordi e i pavimenti geometrici, non solo le scene famose: le differenze di mano e di qualità fra un ambiente e l'altro si vedono a occhio nudo e raccontano i cantieri che si sono succeduti fra il 320 e il 370. E se vi resta tempo, salite in paese: Piazza Armerina nasce dai superstiti dell'insediamento medievale di Platia, cresciuto sulle rovine della villa e distrutto fra il 1160 e il 1161 dal re normanno Guglielmo I.







