L'unica iscrizione monumentale in lingua sicula giunta fino a noi venne alla luce proprio qui, nel 1962-63, incisa su un blocco di arenaria inserito nello stipite orientale della porta sud. Bastò quel graffito — una scriptio continua tracciata da destra a sinistra e ancora indecifrata — a fare del Mendolito, contrada rurale in un'ansa del Simeto tra Adrano e Centuripe, uno dei siti indigeni più studiati della Sicilia.
Cosa vedere
L'area archeologica copre circa 80 ettari e restituisce una città sicula cinta da mura. La cortina, che la gente del posto chiama «u murazzu», fu realizzata in emplekton nella seconda metà del VI secolo a.C.; ne resta la porta sud, serrata fra due torri profonde «a ferro di cavallo». Su un fianco della torre ovest affiora una struttura più antica, dagli angoli in blocchi ben squadrati, poi inglobata nel fortilizio a grosse pietre poligonali. Le case, quadrangolari e di misura modesta, sono in muratura a secco di pietra vulcanica; in un punto è emerso un lungo edificio rettangolare diviso in quattro ambienti e coperto da tegole di terracotta, segno dell'influenza greca su un mondo indigeno che prima si affidava a paglia e fango. Dagli scavi arrivano capitelli in pietra lavica ispirati agli ordini ionico e dorico, frammenti di colonne a sezione ottagonale e antefisse a testa di menade, a protome leonina o gorgonica.
La visita
Non aspettatevi un parco recintato: il sito si distribuisce tra le contrade Mendolito, Mendolitello, Polichello e Sciare Manganelli, su fondi in gran parte privati e non ancora espropriati. Verso Sciare Manganelli si apriva la necropoli meridionale, poco distante dalla porta: qui Paolo Orsi mise in luce tombe circolari a tholos, chiuse da filari di pietra digradanti verso l'alto in pseudocupola, e altre quindici ne scavò la Pelagatti. I corredi univano ceramiche locali di stile Licodia, vasi greci d'importazione, oggetti in bronzo e scarabei pseudo-egizi in faience; tra i pavimenti delle case si trovarono persino sepolture di bambini deposti dentro contenitori di terracotta.
Il consiglio della redazione
Prima o dopo la visita scendete al fiume: poco lontano il Simeto è scavalcato dal Ponte dei Saraceni, nato in età romana come passaggio obbligato e ricostruito sotto i Normanni. Attraversarlo è il modo più concreto per capire perché, per secoli, si passasse proprio da queste sponde.