Il vuoto accanto alla porta Venosina è recente: fra il 1909 e il 1912, con Attilio di Napoli sindaco, ampi tratti della cinta muraria di Melfi furono abbattuti per collegare il centro storico ai sobborghi cresciuti fuori. La breccia è ancora lì e ci passa una delle strade principali della città; la porta invece è rimasta al suo posto ed è l'unica fra le porte medievali di Melfi conservatasi in buono stato.
Cosa vedere
L'apertura è un fornice a sesto acuto che poggia su capitelli a tronco di piramide rovesciata, serrato fra due bastioni cilindrici privi di aperture alla base, per non offrire punti deboli. La base è obliqua e si raccorda al corpo superiore con una modanatura convessa orizzontale che segna il cambio di pendenza; sopra corre il camminamento di ronda. La pietra è quella scura del Vulture, lavica, tagliata in conci squadrati: lo stesso materiale di tutta la cinta.
Sopra l'arco c'è una lapide rettangolare di epoca aragonese, oggi semi-abrasa e illeggibile, affiancata da due stemmi araldici, un grifo e un basilisco. Prima di quella, nel 1231, all'epoca delle Costituzioni melfitane, Federico II ne aveva fatta murare un'altra che si apriva con «Vetustas me destruxit, Federicus me reparavit», l'antichità mi ha distrutta, Federico mi ha riparata. Restano anche due piccole nicchie che con ogni probabilità ospitavano immagini sacre.
La visita
La porta sta sul lato meridionale delle mura e fu aperta intorno al 1080, quando i Normanni allargarono il perimetro difensivo dopo aver costruito la nuova cattedrale fuori dalle mura vecchie; sulla piazza davanti si insediarono i templari, e da lì un asse diritto, l'attuale corso Garibaldi, porta ancora alla cattedrale. Ruggero II la rifece in parte nel 1130, mentre i due bastioni cilindrici arrivarono verso il 1460 con Giovanni II Caracciolo, allora signore della città, che adeguò le mura ai cannoni. I terremoti del 1694 e del 1851, che devastarono il resto di Melfi, la lasciarono quasi intatta.
Il consiglio della redazione
Attraversata la porta, camminate lungo le mura verso est, oltre il secondo bastione: è in quel tratto che nel 1528 le mine di Pedro Navarro, al servizio dei francesi, aprirono il varco da cui l'esercito entrò in città. Il massacro che seguì è passato alla storia come Pasqua di sangue, e l'assedio viene rievocato ogni anno con la porta fra le scene principali.
