Bianchi è un paese di nomi. Il suo viene, secondo l'ipotesi più accreditata, dalla famiglia Bianco, fra le prime a stabilirsi qui arrivando da Scigliano; le famiglie di Scigliano si spostarono a metà Seicento, dopo che il terremoto del 1638 aveva devastato il loro paese. E ogni frazione dice che cosa era: Murachi è un cognome, Censo la zona dove si riscuoteva un tributo, Serradipiro il pero da cui fu ricavata la statua del patrono, Palinudo una terra recintata con pali spogli, Ronchi l'attrezzo agricolo che si chiamava runca. Su Paragolio nessuno sa dire niente. Il comune si staccò da Scigliano nel 1820.
Nel 1792 il vescovo Grillo, della diocesi di Martirano, eresse in parrocchia la chiesa di San Giacomo Apostolo; la chiesa più antica è però quella di Serradipiro, con l'altare in legno del 1609. Poco lontano stanno i ruderi dell'abbazia cistercense di Santa Maria di Corazzo, dove fu abate Gioacchino da Fiore, e nella biblioteca comunale, aperta nel 2010 dentro il municipio, si conservano pergamene del Cinquecento fra cui atti firmati da Carlo V, bolle di Benedetto XII e documenti di Costanza d'Altavilla sui privilegi di quell'abbazia. Fra il 1940 e il 1943 il paese fu luogo di internamento: qui morì, il 19 novembre 1942, il polacco Enrico Brochis; la moglie Olga Mizrah Brochis fu liberata nel settembre del 1943.
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Fuori da Bianchi, ma a portata di gita.