Arcevia si è chiamata Rocca Contrada per quasi tutta la sua storia, e quel nome è un uomo. I documenti più antichi che nominano il posto sono un monte de la Rocca del 1065 e una Rocha de Contrado del 1147, e il secondo è quello interessante, perché mette il castello nelle mani di un signore chiamato Contrado — dal germanico Konrad, o dalla contrazione di «conte rado» — e spiega così il nome composto. Il primo nucleo abitato nacque probabilmente durante le invasioni barbariche, per accogliere chi scappava dalle città romane rovinate di Suasa, Ostra e Sena Gallica, l'odierna Senigallia; sotto i longobardi, piantato dov'era il confine fra il ducato di Spoleto, il gastaldato di Nocera Umbra e le terre bizantine, dovette servire da presidio militare. Nel 754 i franchi lo donarono, insieme ad altre località, a papa Stefano II — e ai franchi la tradizione attribuisce l'intitolazione della chiesa di San Medardo, un santo loro, di cui qui si conserva una reliquia. Clemente IV la riconobbe città nel 1266 e restò guelfa. Quando Ladislao di Napoli l'assediò, chiamò in aiuto Braccio da Montone, che sconfisse gli assalitori e riconquistò i castelli intorno, e per questo fu proclamato signore della città; poi arrivarono le truppe di Francesco Sforza. Rocca Contrada era ricordata come Propugnaculum Ecclesiae, il baluardo della Chiesa.
Il sedici settembre 1817 una lettera apostolica di Pio VII le diede il titolo di città e un nome nuovo: Arcevia, messo insieme con i termini latini arces e via, «luogo fortificato». Così il paese smise di chiamarsi come un uomo e prese un nome che qualcuno gli aveva costruito col latino. Intorno, nelle frazioni, stanno i suoi castelli — Nidastore, Loretello, San Pietro in Musio, Palazzo, Piticchio, Montale, Castiglioni, Avacelli. Nella collegiata di San Medardo, rifatta nel 1634, ci sono i polittici di Luca Signorelli e le ceramiche dei Della Robbia. E su queste colline, ventimila anni fa, i cacciatori tornavano stagione dopo stagione a Ponte di Pietra per lavorare la selce: i focolari e le buche di palo dicono che vi piantavano capanne leggere su piccoli pali di legno, coperte probabilmente di pelli — un accampamento che esisteva per fabbricare strumenti. Arcevia ha la medaglia di bronzo al valor militare per la guerra di liberazione, e ce l'ha anche per un giorno del maggio 1944, quando sul monte Sant'Angelo furono uccise settanta persone.