Gli abitanti di Venafro lo chiamano «Marzo Settecappotti»: è un bassorilievo dall'aspetto insolito, legato al vescovo Pietro di Ravenna, e basta da solo a raccontare che questa chiesa è stata costruita più di una volta. Il duomo dedicato alla Beata Vergine Maria Assunta in Cielo è la chiesa più grande della città e una delle più ampie della regione; in paese si dice semplicemente la Cattedrale, oppure il Vescovado. Dal 1986 è concattedrale della diocesi di Isernia-Venafro, nata dall'unione della vecchia diocesi venafrana con quella di Isernia.
Cosa vedere
La prima chiesa sorse alla fine del V secolo per volontà del vescovo Costantino, sopra un tempio pagano e con materiali tolti a edifici più antichi: blocchi romani e decorazioni paleocristiane rimessi in opera senza troppi riguardi. Quell'edificio andò in rovina e fu ricostruito nella seconda metà dell'XI secolo dallo stesso Pietro di Ravenna. Anche la nuova fabbrica ebbe vita dura: spogliata dalle truppe di Federico II, danneggiata dai terremoti del 1349 e del 1456, costretta ad alloggiare i soldati di Carlo VIII nel 1495. Riparazioni e rifacimenti non si sono più fermati.
L'interno si apre in tre navate, con opere pittoriche del XIV secolo. Dei cinque portali, quello alla destra dell'ingresso principale è porta santa almeno dal 1508. Sulla navata destra si affacciano quattro cappelle laterali; a sinistra si entra nella cappella del Santissimo Sacramento, talmente grande che a Venafro la chiamano il Cappellone. Nella cappella del Crocifisso, completata nel Cinquecento, la pala d'altare è attribuita alla scuola di Domenico Antonio Vaccaro.
La visita
Fra la fine del Seicento e tutto il Settecento la cattedrale venne rivestita di forme barocche, un lavoro talmente esteso che il 21 ottobre 1764 il vescovo Francesco Saverio Stabile la riconsacrò. Poi il gusto cambiò di nuovo: i restauri del secondo Novecento hanno tolto quasi tutto il barocco per riportare l'edificio all'aspetto gotico-medievale. Quello che si vede oggi è quindi una scelta recente, e conviene saperlo mentre si guardano le pareti spoglie.
Il consiglio della redazione
Nel febbraio del 1935 il canonico Nicolino Passarelli fece smontare un confessionale per farlo restaurare e notò tracce di colore sotto lo spesso strato di stucco bianco della navata sinistra: sotto c'erano tre affreschi, uno per cappella. Vale la pena percorrere quella navata lentamente. All'uscita, il verde alle spalle dell'abside è il parco Oraziano, che sale verso le montagne: è il modo più semplice per capire come la chiesa si tenga aggrappata al margine della città.
