Pinacoteca comunale di Città di Castello
La pinacoteca di Città di Castello nel palazzo Vitelli alla Cannoniera, con il gonfalone di Raffaello e Signorelli.
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La pinacoteca di Città di Castello nel palazzo Vitelli alla Cannoniera, con il gonfalone di Raffaello e Signorelli.
L'abbazia di Santa Maria e Sant'Egidio di Petroia, detta Badia Petroia, si trova nella frazione omonima di Città di Castello. Fu fondata dai benedettini intorno alla metà del X secolo per volontà di Ugo dei marchesi di Colle, della casata da cui discesero i marchesi di Monte Santa Maria. Un documento del 972, con cui il conte Guido, figlio di Ugo, fa una donazione al monastero, la chiama «Sanctae Mariae de Petruvio»; i suoi possedimenti arrivavano fino ai distretti di Perugia e Cortona. Abbandonata dai monaci, nel 1571 fu data in commenda, regime che durò fino alla metà dell'Ottocento.
Il complesso fu costruito riutilizzando materiali di epoca romana e rifatto più volte dopo i terremoti. La chiesa aveva in origine tre navate e tre absidi su tre livelli; la facciata attuale, del Quattrocento, chiuse lo spazio che era del coro dei monaci, separandolo dal resto. La facciata è ornata da formelle scolpite con figure e motivi geometrici di gusto longobardo, forse recuperate da una fase più antica, e il portale del cortile interno ha un protiro a due archi su colonnine di marmo.
Sotto il presbiterio c'è la cripta del XII secolo, a sala unica con tre absidi, divisa da colonne con capitelli di reimpiego romani e tardoantichi. Parti delle navate laterali oggi sono senza copertura.
Il campanile non c'è più: danneggiato da un terremoto nel 1917, fu abbattuto due anni dopo e mai ricostruito. Aperture e visite vanno verificate con la parrocchia o con la Pro Loco di Badia Petroia.
Il nome di sant'Egidio è un'aggiunta tarda: compare per la prima volta nelle carte del 1781, quando Pio VI concesse in enfiteusi ai fratelli Rossi molti beni dell'abbazia, mentre per secoli la dedica era stata solo a santa Maria.
La Collezione Burri è la raccolta delle opere di Alberto Burri a Città di Castello, gestita dalla Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, nata nel 1978 per volontà dello stesso pittore con una prima donazione di 32 opere. È divisa in due sedi: Palazzo Albizzini, nel centro, e gli ex Seccatoi del Tabacco, aperti nel luglio 1990.
Palazzo Albizzini è un edificio della seconda metà del Quattrocento, di impronta rinascimentale e influenza fiorentina, restaurato dalla Cassa di Risparmio di Città di Castello e dato in comodato alla Fondazione. Ospita circa 130 opere in venti sale, in ordine cronologico: i Catrami, le Muffe, i Sacchi, i Legni e i Ferri degli anni Cinquanta, le Plastiche degli anni Sessanta, i Cretti degli anni Settanta, i Cellotex e i Multiplex. Ci sono anche una biblioteca sull'arte moderna e contemporanea, la fototeca dell'artista e l'archivio.
Gli ex Seccatoi sono capannoni costruiti tra la fine degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta per essiccare il tabacco tropicale dell'Alta Valle del Tevere, dismessi negli anni Settanta. Nel 1978 la società proprietaria concesse a Burri un capannone, dove nel 1979 presentò il ciclo Il Viaggio; la Fondazione acquistò tutto il complesso nel 1989. Oggi vi sono esposte 128 grandi opere divise per cicli, da Orsanmichele e Sestante a Rosso e Nero, Annottarsi, Grandi Neri e Il Nero e l'Oro. I padiglioni sono dipinti di nero per volontà di Burri, e sul prato ci sono tre grandi sculture in ferro verniciato.
Le due sedi sono aperte al pubblico a cura della Fondazione: orari e biglietti vanno verificati sul suo sito.
I Seccatoi avevano già salvato una volta un pezzo di patrimonio: nel 1966, dopo l'alluvione di Firenze, la fattoria dei tabacchi mise a disposizione impianti e operai per asciugare migliaia di libri della Biblioteca Nazionale Centrale.
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