Il venti gennaio del 1875 Luigi Buzzati, di Fonzaso, frugando fra le rovine del castello di Arten trovò due bacini d'argento e una coppa. Il primo bacino è circolare, di argento fine, largo quarantanove centimetri e alto cinque, poggiato su una base cilindrica; al centro ha un cerchio diviso da ventotto raggi, e fra i due cerchi corre un'iscrizione in gotico minuscolo che dice: Gelaimir Vandalorum et Alanorum Rex. È il nome di un re dei Vandali e degli Alani. Il secondo bacino, più piccolo, porta a rilievo un'allegoria nuziale: un uomo quasi nudo con un'asta, una donna presso un altare che gli porge un giglio, in mezzo un bambino che sembra presentare la sposa allo sposo, e sotto due colombe che bevono dalla stessa coppa. Come l'argenteria di un sovrano africano sia finita in un castello in rovina ai piedi delle Dolomiti, la fonte non lo dice.
Il metallo, comunque, era di casa. Da Fonzaso venivano i grandi maestri spadai del Cinquecento — Zandonà, Andrea Ferara, Giacomo da Fonzaso — le cui lame erano note in quasi tutto l'occidente dell'epoca e finivano anche nelle mani dei sovrani. Il paese, che sta al centro delle strade fra Bassano, il Feltrino e il Primiero ed è attraversato dal quarantaseiesimo parallelo, ebbe poi secoli più duri: dopo Caporetto fu occupato dagli austroungarici mentre sul Grappa si combatteva, la gente patì la fame e l'influenza spagnola vi fece oltre trecento morti. C'è però una storia che finisce bene: nei primi anni della seconda guerra mondiale a Fonzaso erano internati una dozzina di profughi ebrei, e all'arrivo dei tedeschi il gruppo lasciò il paese diretto a sud, verso i territori liberati. Si salvarono tutti, e nel 1944 avevano già raggiunto i campi di raccolta pugliesi di Bari e Santa Maria al Bagno.
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