Sotto Arsoli ci sono sorgenti che Roma conosce da sempre: da qui i romani captarono l'acqua dell'Acqua Marcia, il terzo acquedotto della città, costruito nel 144 a.C., e sul territorio restano i ponti romani di San Giorgio e Scutonico, sulla via Valeria. Per secoli, però, quell'acqua è passata di qui per andare altrove: il paese si arrangiava con i pozzi, che non bastavano. Ci volle un feudatario del Cinquecento, Fabrizio Massimo, per far costruire un acquedotto nuovo che portasse l'acqua al borgo e alla rocca. È una storia che si ripete in mezza Italia, ma qui è particolarmente netta: la sorgente è la stessa, cambia solo chi la beve.
Il modo in cui i Massimo arrivarono ad Arsoli, poi, è insolito. Il paese era stato dei monaci di Subiaco fin dal nono secolo — lo conferma una bolla di papa Gregorio IV dell'864 — e il loro monastero fortificato era diventato un castello; poi passò ai Passamonti, che lo tennero fino al 1536, quando lo vendettero ai bolognesi Zambeccari perché erano rovinati, la peste aveva quasi svuotato il borgo e il loro signore, Amico Passamonti, era stato ucciso da Marzio Colonna. Gli Zambeccari se ne disinteressarono, le case andarono in rovina e i campi divennero incolti o pantanosi. A quel punto san Filippo Neri, che era confessore e consigliere del principe Fabrizio Massimo anche nelle cose materiali, gli suggerì di comprarlo: il contratto è del 1574. Il castello porta ancora il nome di quella famiglia, e la chiesa fu rifatta dal 1580 su progetto di Giacomo della Porta.