Sulle carte dell'Ottocento la collina che oggi si chiama Verdegò porta un altro nome: Merdegò nel 1837 in Ignazio Cantù, Merdago in Fabi e ancora in Amati nel 1878. La grafia con la V iniziale prende piede solo intorno al 1938: una lettera cambiata in silenzio, e un toponimo imbarazzante messo via. Lassù, secondo la tradizione, si insediarono i primi abitanti — probabilmente un plotone romano, visto che negli anni Trenta vi si trovarono una spada di bronzo e dei cocci —, e nel 1998, scavando per una casa, è saltato fuori un masso avello del III-IV secolo, oggi sul sagrato della chiesetta dei Santi Pietro e Paolo. Il nome del paese, invece, sarebbe il podere della famiglia Barzia, col solito suffisso -ago.
A Bevera, la frazione che prende nome dal ruscello, c'è il santuario di Santa Maria Nascente, consacrato nel 1603, e la sua storia esiste in due versioni. Nella prima una fanciulla minacciata da un signorotto del posto — don Alfonso Isacchi, soprannominato l'Orso di Barzago — si rifugia davanti a un altare della Madonna, che le appare e le parla; i Sirtori, saputolo, fanno costruire la chiesa. Nella seconda, raccontata da Cesare Cantù ne «La Madonna d'Imbevera», l'Orso tenta di uccidere don Alessandro Sirtori nei boschi di Bevera e soccombe nel duello, e il santuario è il ringraziamento del sopravvissuto. Quale sia vera è difficile dirlo: durante la seconda guerra mondiale un bombardamento mandò in frantumi l'archivio storico del comune.