Su questa costa si cambiano i cavalli da duemila anni. I ritrovamenti alla marina fanno pensare a una mutatio romana, cioè a una stazione di cambio lungo l'antica via costiera; e sulla stessa strada c'è ancora il Mandracchio, un edificio del Quattrocento che resta come testimonianza della vecchia stazione di posta, dove si cambiavano i cavalli. La marina, del resto, una volta si chiamava Case Bruciate, ed era il confine nord della repubblica di Ancona: le fortificazioni che ci sono si spiegano dentro il sistema difensivo dei castelli anconetani. Più all'interno, Montemarciano e Cassiano avevano castelli, e fra Quattro e Cinquecento quello del capoluogo fu vicariato prima dei Malatesta, di origine romagnola, e poi dei Piccolomini, senesi, che lo tenevano in nome dello Stato Pontificio; di quel tempo restano gli antichi statuti. Dopo il biennio 1591-1593, finito il dominio del duca Ercole Sfondrati, il paese tornò sotto il controllo diretto della Chiesa, affidato alla Camera Apostolica fino all'unità.
Le chiese di qui raccontano soprattutto chi ha pagato. Il santuario di Nostra Signora dei Lumi fu edificato nel Quattrocento da Giacomo Piccolomini, allora vicario di Montemarciano, insieme a sua moglie Cristofora Colonna, attorno a un affresco della Madonna che allatta il Bambino: prima la chiamavano Madonna della Quercia, da un'antica effigie su tela affissa a un tronco di quercia. Nella chiesa del Santissimo Sacramento c'è invece un organo citato fin dal 1788: lo comprarono cinque benefattori dalle reverende madri di Santa Maria Nuova di Ancona per centocinquanta scudi, e altri benefattori si accollarono la spesa di costruire l'orchestra e di farlo montare. Nella parrocchiale di San Pietro Apostolo ce n'è un altro, un Callido di primo Ottocento. Giù alla marina, a pochi metri dal mare e proprio di fronte all'acqua, stanno invece i capannoni dell'ex stabilimento Montecatini, una fabbrica di fertilizzanti della prima metà del Novecento chiusa nel 1990: sono ancora lì, in attesa di bonifica e recupero.