Ad Aritzo si commerciava la neve. La si raccoglieva d'inverno nelle neviere, i contenitori fatti apposta, e d'estate quelli che chiamavano i Niargios la usavano per produrre un sorbetto al limone, in sardo sa carapigna, che il paese festeggia ancora con una sagra. È il genere di commercio che si può fare stando a ottocento metri, ai piedi del Gennargentu, nella Barbagia di Belvì: il freddo come merce. Il nome del paese verrebbe invece dai ricci di castagno, pianta abbondante in queste montagne, e c'è chi lo confronta con il basco areitz o haritz, che vuol dire quercia o castagno — restando da capire se in quella lingua preindoeuropea sia un termine nativo o un prestito. Le castagne, in ogni caso, sono rimaste: la sagra delle castagne e delle nocciole, nata nel 1972, si tiene l'ultimo fine settimana di ottobre e in due giorni conta quasi cinquantamila visitatori, in un paese di poco più di mille abitanti.
Il paese fu punico — in regione Gidilau sono usciti depositi con monete puniche e una tomba con oggetti di bronzo, oggi al museo archeologico di Cagliari — poi del giudicato di Arborea, e dal 1420 degli aragonesi, che lo misero nella signoria della Barbagia di Belvì; fu riscattato agli ultimi feudatari nel 1840. Lungo il corso principale si vedono le cose che raccontano il resto. Le ex prigioni spagnole del Seicento, che qui chiamano Sa Bovida, erano così sicure che nel 1793 ci vennero rinchiusi alcuni ufficiali francesi. Casa Devilla conserva intatto il nucleo del Seicento, e nel suo cortile interno fu ucciso il poeta Bachisio Sulis. Il castello Arangino, invece, non è antico per niente: lo fece costruire in stile neogotico nel 1917 il cavalier Vincenzo Arangino. E poi ci sono le case vecchie, costruite in scisto e abbellite da balconi di legno, e un museo etnografico con migliaia di oggetti della tradizione agro-silvo-pastorale.