Il teatro guarda il mare: nove settori di gradoni scavati in una marna tenera che si sbriciola sotto le dita, oggi protetti da una copertura moderna perché la pietra non regge la pioggia. La città che lo costruì si chiamava Minoa, avamposto fondato dai Selinuntini verso la metà del VI secolo a.C. Prese il nome di Eraclea intorno al 510 a.C., quando Eurileonte, unico superstite fra i capi della spedizione siciliana dello spartano Dorieo, se ne impadronì. Per secoli il fiume Platani, l'antico Alico, separò la Sicilia cartaginese dalle terre di Siracusa: il trattato del 405 a.C. tracciò la frontiera esattamente qui. Roma la ereditò alla fine delle guerre puniche; nel 131 a.C. il pretore Publio Rupilio vi dedusse una colonia per ripopolarla dopo la prima guerra servile, e poco dopo la metà del I secolo a.C. gli scavi non registrano più nessuno.
Cosa vedere
Il teatro è la ragione del viaggio. Costruito fra la fine del V e il IV secolo a.C., ha la cavea divisa in nove settori da dieci gradoni ciascuno e si apre verso sud, contro il consiglio di Vitruvio e a favore del panorama. Non ebbe mai un edificio scenico in muratura: nell'orchestra restano gli incassi per i cavi di un podio ligneo mobile, montato e smontato a ogni spettacolo. Gli scavi sistematici cominciarono nel 1950 con Ernesto De Miro, e la pietra locale, porosa, ha finito per imporre la tettoia che oggi copre i gradini.
Sopra il teatro si stende il quartiere di case ellenistiche e romane, organizzato per insulae separate da strade parallele: si leggono le soglie, i pozzi, i cortili. Della cinta muraria, tirata su fra la fine del VI e la fine del IV secolo a.C. per circa sei chilometri, sopravvivono tratti, e a nord-est si riconoscono ancora otto torri quadrate nel terreno. L'Antiquarium accanto all'ingresso raccoglie ceramiche e statuette votive dall'abitato e dalle necropoli, e serve a rimettere un nome sulle stanze vuote là fuori.
La visita
Si arriva dalla statale 115 fra Agrigento e Sciacca: dopo il bivio per Montallegro si svolta verso il mare e si segue la segnaletica fino al parcheggio, in cima al promontorio. Il sito è recintato e si entra con biglietto; l'Antiquarium è compreso. Per teatro, case e mura basta un'ora e mezza senza correre. I percorsi sono sterrati e quasi del tutto senza ombra: scarpe chiuse, acqua, cappello. Sotto, la falesia bianca di Capo Bianco cade sulla spiaggia e sulla pineta, a pochi minuti di auto dallo stesso bivio.
Il consiglio della redazione
Salite fino all'ultimo gradone del teatro e sedetevi: da lassù il mare occupa tutto il campo visivo e si capisce perché abbiano girato la cavea dalla parte sbagliata. Poi scendete alla spiaggia sotto Capo Bianco, dove l'acqua resta bassa per decine di metri e i pini dietro la sabbia danno l'unica ombra della giornata. Controllate l'orario di chiusura prima di partire: d'inverno il cancello chiude presto e la strada di accesso non è illuminata.
