Qui c'era un affresco della Vergine che si diceva piangesse. Le offerte arrivavano in quantità, e la faccenda incuriosì l'arcivescovo Giovanni Paternò al punto che venne di persona a guardare: scoprì che la lacrimazione era stata costruita ad arte durante un ritocco delle pitture, e che qualcuno si stava intascando il denaro. Fece rimuovere le immagini e chiudere i locali.
Cosa vedere
Sotto questa chiesa c'è una rete fitta di grotte, e la loro storia è più lunga di quella dell'edificio: in epoca imperiale vi si nascosero i primi cristiani della città, sotto gli arabi molti di quegli ambienti diventarono bagni termali o sepolture, e in età normanna il mare arrivava fin qui, tanto che nei paraggi sono documentati i cantieri navali. Un atto notarile del 1149 racconta che Crisando, chierico di Ruggero II, vi eleva la cappella di Sant'Anna; un testamento del secolo dopo porta già il nome che la chiesa ha ancora, San Michele de Indulciis. La confraternita omonima fu fondata nel Trecento e abolita all'inizio dell'Ottocento; fu lei a commissionare ad Antonello Gagini, nel 1513, una statua marmorea dell'arcangelo.
L'impianto è basilicale, con atrio scoperto, portale rococò sul fronte occidentale, tre navate divise da quattordici colonne, dodici archi e sette altari. A sinistra dell'altare maggiore si apre la cappella dei Sette Angeli, e da lì una botola scende alle catacombe paleocristiane. Il canonico Antonino Mongitore ci andò nel 1718, entrando da una porticina dietro l'altare: trovò otto cappellette, nicchie, ossa umane, e le tracce di affreschi che erano stati tolti a colpi di scalpello. Oggi la chiesa è una dipendenza della Biblioteca comunale di Casa Professa e serve da deposito di libri; gli ultimi due cicli di restauro, chiusi uno negli anni duemila e l'altro nel decennio successivo, hanno fatto riemergere resti archeologici. Fra le opere documentate qui figura anche un trittico dell'Epifania attribuito a Filippo Lippi.
La visita
Non è una chiesa aperta al culto: dipende dalla biblioteca, gli spazi sono occupati dai libri e si entra solo in occasione di aperture straordinarie o visite organizzate, che vanno verificate prima. Anche le catacombe non hanno un accesso libero. Sta nel mandamento Palazzo Reale, nel quartiere di Ballarò. Venti minuti.
Il consiglio della redazione
Nella navata di destra c'è una nicchia con delle targhe iscritte in quattro lingue: latino, greco, ebraico e arabo. Sono quattro alfabeti su una parete sola, in un quartiere che li ha parlati tutti, e non c'è modo più breve per capire chi è passato di qui. Se riuscite a entrare, è la prima cosa da cercare: sta a pochi passi dal punto in cui si scende sotto, e i due elementi vanno guardati insieme.









