I vigneti sulle pendici del vulcano accolgono chi sale a Boscoreale, terra d'elezione del Lacryma Christi del Vesuvio; il nome rimanda a un antico bosco reale, il comune sta dentro il Parco Nazionale del Vesuvio, e da qui la via Matrone porta verso il cratere. Sotto quei filari, però, c'è una città sepolta: in età augustea questa campagna, fittissima di ville rustiche diventate col tempo residenze di lusso, era un sobborgo di Pompei, e l'eruzione la seppellì insieme a lei.
Le ville tornarono alla luce nell'Ottocento, e qui comincia la parte amara. A scavarle furono i proprietari dei terreni, per conto proprio: argenterie, affreschi, bronzi e pavimenti a mosaico vennero staccati e venduti al miglior offerente, perché le leggi di allora lo permettevano. Così oggi le cose di Boscoreale non stanno a Boscoreale: stanno al Louvre, al Metropolitan di New York, al British Museum, al Getty, al Field Museum di Chicago, a Berlino, a Baltimora, in Belgio. In paese è rimasta Villa Regina, una fattoria da vino tornata alla luce dagli scavi. Che la vita qui sia poi ripresa lo raccontano certe lucerne con simboli cristiani del Quarto secolo; e ancora oggi, oltre alla frutta e al vino, si lavora a mano la pietra lavica, cioè il vulcano stesso.