L'acqua che passa per Tarvisio non va nell'Adriatico: va nel Danubio, e finisce nel Mar Nero. Il paese sta oltre lo spartiacque alpino principale, che qui passa per la sella di Camporosso, e il fiume Slizza — Gailitz in tedesco, Ziljica in sloveno — scende a buttarsi nel Gail ad Arnoldstein, in Austria. È il primo indizio di una cosa che qui si sente ovunque: Tarvisio è un pezzo d'Italia che sta dall'altra parte della montagna. Sul monte Forno c'è la triplice frontiera fra Italia, Austria e Slovenia, e questo è uno dei quattro comuni italiani che confinano con due Stati esteri, insieme a Courmayeur, Malles Venosta e Curon Venosta. In paese si parlano quattro lingue — italiano, tedesco, sloveno e friulano — e con la vicina Malborghetto-Valbruna è uno dei pochissimi comuni quadrilingui d'Europa.
Fino al 1919 la popolazione era in larga maggioranza tedesca e slovena, perché la Val Canale faceva parte a tutti gli effetti della zona bilingue della Carinzia meridionale. Del resto Tarvisio fu per secoli un possedimento del capitolo di Bamberga, cioè un'enclave meridionale di un principato vescovile tedesco: fu il vescovo di Bamberga, nel 1456, a concederle il privilegio di tenere una fiera annuale, e quella fiera si tiene ancora. Dal Quattrocento ci fiorì l'industria del ferro, e sempre nel Quattrocento, nel 1478 e nel 1492, il paese fu saccheggiato dai turchi. Poi vennero le guerre napoleoniche, con battaglie qui e a Malborghetto nel 1797, nel 1809 e nel 1813. Il cambio vero, però, è del Novecento: dagli anni venti arrivarono migranti dal Friuli e dal resto d'Italia, e nel 1939 le Opzioni misero la gente della Val Canale davanti a una scelta. In molti — non solo di lingua tedesca, ma anche slovena — optarono per la cittadinanza germanica e se ne andarono in Carinzia; e a differenza di quanto accadde in Alto Adige, alla fine della guerra i rientri furono pochissimi. Sopra il paese resta il santuario di Monte Lussari, dove per secoli sono saliti insieme i pellegrini delle tre lingue.