Nello stemma di Pezzaze c'è una stadera, la bilancia a bracci disuguali: è un'arma parlante, perché il nome del paese viene dal pesare — in bresciano pesà, passando dal latino medievale Pesaciis. Accanto c'è un libro aperto con una data in numeri romani: sono gli statuti del comune, conservati in una copia del 1529 che riproduce gli originali del 1318, ormai perduti. Il giglio e il rastrello, invece, erano l'insegna guelfa della comunità di Valtrompia.
Di quelle carte è rimasto anche il tono. Nel 1596 il Consiglio del comune stabilì una multa di mezzo scudo, per ciascuno e per ogni volta, a chi avesse l'ardire di entrare e trattenersi nel mulino senza legittima causa insieme a donne, «sia donzelle che maritate». E nel 1713, durante la visita del vescovo, al parroco di Lavone fu raccomandato di predicare più incisivamente contro gli amori disordinati, la familiare frequentazione fra giovani dei due sessi e l'abuso dei balli, di dissuadere dalle osterie e dai giochi di dadi, e di proibire del tutto ai fedeli di portare le armi in chiesa. Sotto, intanto, si scavava: la miniera Marzoli, che per generazioni ha dato lavoro al paese, oggi è un museo.
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