Carosino è stato distrutto dagli albanesi e poi ripopolato dagli albanesi. Nel Quattrocento le armate che seguivano Scanderbeg rasero al suolo il piccolo casale, il cui feudatario, Raimondo De Noha, si era schierato con Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto, nella rivolta contro il re di Napoli del 1462. Il posto restò quasi disabitato per quasi mezzo secolo, passando come feudo fra le famiglie nobili della zona; nel 1471 lo comprarono gli Antoglietta, che lo ricolonizzarono con l'autorizzazione del viceré di Napoli, nel 1522, portandovi coloni albanesi. Di quella comunità, però, oggi non resta la lingua: il rito greco-bizantino e con esso, probabilmente, l'arbëreshë sparirono nel Seicento per il massiccio impegno dell'arcivescovo Lelio Brancaccio, che volle estendere il rito cattolico in lingua latina.
Molto prima, qui passavano i traffici fra Taranto e la Grecia: lo dice un tesoretto di settantasei monete d'argento, del quarto secolo avanti Cristo, trovato in un campo nel 1904. Dopo il saccheggio di Taranto a opera dei saraceni, nel 927, è probabile che il sito sia stato abbandonato a lungo e poi ricolonizzato con il nome di Citrignano; le prime fonti certe sono dei registri angioini e risalgono al 1348. Al centro del paese sta il palazzo ducale, cominciato dai Simonetta, con l'avancorpo ad archi a tutto sesto e il bugnato che gli danno l'aria di un castello; gli eredi dei d'Ayala Valva lo hanno donato al comune nel 1985, e adesso ci si fanno le cose della comunità. Davanti, in piazza, ogni agosto prima della vendemmia si fa la sagra del vino: dalla fontana monumentale, quel giorno, esce vino.