Ortacesus sta nella Trexenta, che è una delle terre da grano della Sardegna, e il paese ha fatto la cosa più sensata: nella ex Casa Serra ha messo il Museo del Grano, dove si racconta il lavoro che ha tenuto in piedi queste campagne. Il resto lo si trova fuori dall'abitato: il nuraghe che qui chiamano S'Omu de S'Orcu, cioè la casa dell'orco — nome che in Sardegna si dà spesso alle costruzioni antiche troppo grandi perché la gente le attribuisse a uomini normali. In paese ci sono la parrocchiale di San Pietro e la chiesa di Santa Lucia; fuori, in campagna, quella di San Bartolomeo. La lingua che si parla è il campidanese occidentale.
La storia è quella di una terra che è passata di mano ogni volta che cambiava il padrone dell'isola. Nel medioevo Ortacesus apparteneva al giudicato di Cagliari, nella curatoria della Trexenta; caduto il giudicato, nel 1258, passò per poco all'Arborea, e nel 1295 il giudice Mariano II lasciò per testamento i territori dell'ex giudicato cagliaritano alla repubblica di Pisa. Nel 1324 arrivarono gli aragonesi, che si presero tutta la Trexenta; nel 1434 il villaggio fu concesso in feudo a Giacomo de Besora, e nel 1497 finì nella contea di Villasor, degli Alagón, dove restò fino al riscatto del 1839. Nel Novecento, poi, il paese ha smesso per un po' di esistere come comune: dal 1928 al 1946 Ortacesus fu aggregato, insieme a Guamaggiore, al comune di Selegas.
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