Lo stemma di questo paese del Campidano, concesso nel 1999, conta i suoi padroni. Accanto al covone che sta per il grano, principale prodotto agricolo locale, ci sono cinque scudetti di foggia spagnola, uno per ciascuna delle cinque famiglie feudatarie che si sono passate il paese: i De Ampurias, i De Puyalt, i Di Montbuy, i D'Heril e i Cervellon. Non è un'allegoria, è un elenco. Estinti i Cervellon, Samatzai diventò feudo regio, cioè fu amministrato non più da signori feudali ma direttamente dai funzionari della corona, e così restò fino al riscatto del 1839. Prima ancora era appartenuto al giudicato di Cagliari, nella curatoria di Nuraminis; caduto il giudicato passò ai pisani e poi agli aragonesi, che ne fecero una baronia. E non ha sempre avuto questo nome: in antichità era conosciuto come Santu Maccari.
Il vizio di cambiare indirizzo, del resto, è arrivato fino a ieri. La legge regionale del 2001 che istituiva le nuove province sarde avrebbe dovuto aggregare Samatzai alla neonata provincia del Medio Campidano; poi una legge successiva, nel 2003, stabilì invece che restasse in quella di Cagliari, dove rimase fino alla riforma del 2016. Nel frattempo il paese si tiene le sue cose: l'ex Montegranatico, cioè il magazzino dove si conservava il grano da semina, è diventato un centro culturale; il vecchio municipio ospita la biblioteca e gli ambulatori medici; c'è un museo che si chiama la Casa del Fabbro; e la piazza più grande, piazza Primo Maggio, misura poco più di duemiladuecento metri quadrati, perché qualcuno è andato a contarli. Sottoterra ci sono il nuraghe Su Nuraxi in località Domu Is Abis e una necropoli di domus de janas in un posto che si chiama Sa Rocca Pertunta, la roccia bucata.
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Fuori da Samatzai, ma a portata di gita.
