Lauria deve il proprio nome a un modo di fare il monaco. Qui, intorno all'anno 960, si fermò san Saba risalendo la penisola dalla Sicilia, e secondo la sua agiografia costruì con le proprie mani un oratorio; intorno a quel nucleo vivevano eremiti di rito greco, e dalla loro forma di vita monastica, dicono le fonti, viene il nome del paese che sarebbe nato poco dopo.
Cosa vedere
Restano pochi ruderi, riconoscibili in quelli della grancia: il complesso è in rovina dal Seicento. Ma questo fu uno dei centri più importanti della cultura greco-ortodossa della Basilicata, insieme ai monasteri di Carbone e di Cersosimo. Siamo su un confine vero: la valle del Noce separava la Calabria bizantina dai territori longobardi di rito latino.
Dall'undicesimo secolo l'abbazia crebbe, anche perché all'autorità bizantina conveniva fare dell'abate un funzionario imperiale; arrivò a ospitare una sessantina di monaci e per quattro secoli ebbe giurisdizione autonoma. Poi il rito greco fu abbandonato, e da lì cominciò il declino. Poco più in alto c'era un abitato che ancora si chiama Coro dei monaci, dal greco chorio, villaggio.
La visita
Il sito è in località San Filippo, nel territorio di Lauria; sono ruderi in mezzo alla campagna, senza biglietto né orari, e vanno raggiunti con scarpe adatte. Mezz'ora.
Il consiglio della redazione
Guardate il costone che chiamano dell'Armo: il nome viene dal greco eremos, cioè deserto, solitario, ed è pieno di grotte in cui vivevano gli eremiti. In Basilicata la parola greca per deserto è rimasta attaccata a una collina per mille anni, e non se n'è andata quando se n'è andato il rito.
