Dietro Amalfi si apre una valle stretta che si chiama valle dei Mulini, e il nome dice tutto: l'acqua che scende dalla montagna faceva girare le ruote delle cartiere. Qui si fabbricava la carta bambagina, e la tecnica gli amalfitani l'avevano imparata dagli arabi, prima che nel resto d'Europa si sapesse come si fa.
Cosa vedere
Il museo è una cartiera vera, trasformata nel 1969 dal proprietario, che apparteneva a una delle famiglie storiche del mestiere. Dentro ci sono i magli, le tinozze, i torchi e i telai, restaurati e ancora funzionanti: si vede l'acqua che entra, il macchinario che batte gli stracci e il foglio che si forma nella vasca.
Al piano di sopra ci sono fotografie, stampe e una piccola biblioteca sulle tecniche di produzione. La carta è stata per secoli una delle merci della repubblica marinara: si vendeva, si esportava, e la sua qualità era una questione di reputazione commerciale come le stoffe o le spezie.
La visita
Il museo è in via delle Cartiere, cinque minuti a piedi dal duomo risalendo la valle; si entra con visita guidata di una ventina di minuti, con biglietto, e in fondo si assiste alla fabbricazione di un foglio a mano. Un'ora.
Il consiglio della redazione
Quando vi mostrano l'impasto, guardate di che cosa è fatto: stracci. Per secoli la carta si è ricavata da vestiti smessi, e il mestiere dello straccivendolo esisteva perché le cartiere avevano bisogno di lino e canapa usati. Solo nell'Ottocento si è passati al legno, ed è la ragione per cui i libri antichi si conservano meglio di quelli di cent'anni fa.
