Ruffano

Provincia: Lecce · Regione: Puglia · Abitanti: 9.854 · CAP: 73049

La chiesa madre di Ruffano, dedicata alla Natività della Beata Vergine, fu costruita fra il 1706 e il 1713 sul sito della vecchia chiesa di rito greco: il rito latino, qui, ha edificato sopra il rito bizantino, e la cosa non è un caso isolato, perché in salentino ruffanese il paese si chiama ancora Rufàna anche in griko. Il fondo greco si vede meglio fuori dall'abitato, sulla serra di Ruffano, dove le grotte naturali sono abitate dal paleolitico e furono poi trasformate in luoghi di culto cristiano dai basiliani: nella grotta della Trinità, usata fin dal neolitico, dal nono secolo visse una comunità di monaci eremiti e restano tracce di affreschi bizantini. La chiesa nuova la vollero le confraternite del Rosario e del Santissimo Sacramento, e la tirarono su i mastri martanesi Ignazio e Valerio Margoleo; la sacrestia è del 1716, la torre dell'orologio del 1725, e fra il 1765 e il 1776 il pittore ruffanese Saverio Lillo riempì le pareti di tele e di Virtù dipinte attorno agli altari.

C'è poi una famiglia che a Ruffano non ci si aspetterebbe: i Castriota Scanderbeg, discendenti del condottiero albanese. Ci sono arrivati per matrimonio: nel 1870 Alessandro, figlio di un Giorgio Castriota Scanderbeg che era stato giudice della Gran Corte Criminale ad Avellino e a Lecce, sposò Maria Mariglia, figlia dei marchesi di Ugento e principi di Ruffano, e venne ad abitare il cinquecentesco palazzo Mariglia, che è ancora la residenza della famiglia. Il loro unico figlio, battezzato qui il 13 dicembre 1871 e chiamato anche lui Giorgio, ottenne il privilegio di sentire messa e comunicarsi nella cappella privata del palazzo — privilegio poi esteso agli altri familiari e alla servitù — e fu sindaco del paese fra il 1897 e il 1900. Sullo stemma, concesso nel 1991, ci sono tre collinette con una R sopra: sono le serre salentine, e in paese dicono che siano la Serra che porta a Supersano, la cittadina e il Mucurune. Quella centrale è fiammeggiante. Il nome, invece, verrebbe da un centurione di nome Ruffo o, più probabilmente, dal latino rubis: il posto era pieno di rovi.

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