Goethe, arrivato ad Assisi il 25 ottobre 1786, non volle vedere la basilica di san Francesco: girò al largo, disse, dalle costruzioni babilonesi, e andò dritto in piazza del Comune a guardare questo tempio. Era la prima architettura romana intera che vedeva in Italia, e la descrisse come una cosa perfetta. Fu costruito verso il 30 avanti Cristo da due magistrati di Asisium, Gneo Cestio e Tito Cesio Prisco, che lo pagarono di tasca loro; lo chiamiamo tempio di Minerva per una statua trovata qui, ma una lapide dice che era dedicato a Ercole. Nel Medioevo fu chiesa, poi carcere e sala del consiglio; nel 1539 papa Paolo III ci fece dentro una chiesa della Madonna, e da fuori non se ne accorge nessuno.
Cosa vedere
La facciata, che è tutto: sei colonne corinzie scanalate su alti plinti quadrati che interrompono la scalinata, cosa rara e che serviva a rialzare il tempio sul foro; sopra, la trabeazione con il fregio, dove i fori nella pietra sono quelli delle lettere di bronzo dell'iscrizione, staccate chissà quando, e il frontone piccolo rispetto al resto. È uno dei templi romani meglio conservati che esistano, e sta in mezzo a una piazza dove la gente prende il caffè.
Dentro, la sorpresa è che non c'è niente di romano: la cella fu demolita nel Cinquecento per fare la chiesa, e quello che si vede è un barocco bianco e oro del Seicento, con gli stucchi e le colonne finte. Vicino all'altare, però, è stato riaperto un tratto del muro antico con un arco tamponato, e sotto si vedono pezzi del pavimento romano. Accanto al tempio, la torre del Popolo, alta e severa, che è il campanile e insieme la torre civica, con la Campana delle Laudi che suona nelle grandi occasioni.
La visita
Il tempio è in piazza del Comune, il centro esatto di Assisi, cinque minuti dalla basilica di Santa Chiara e dieci da San Francesco; ingresso libero con orari di chiesa. Dieci minuti dentro, ma la facciata va guardata dai tavolini della piazza, seduti, come faceva Goethe.
Il consiglio della redazione
Cercate i fori nel fregio sopra le colonne: erano le lettere di bronzo con i nomi dei due magistrati che pagarono il tempio, e qualcuno le ha staccate per rifonderle. Sono duemila anni che quella scritta non c'è, e si legge ancora l'ombra. Poi entrate e guardate quanto è stretto lo spazio: dentro c'era la cella di un dio, ed è diventata una chiesa che ci sta a stento.
