Il nome forse viene dal greco spao-lithos, «sasso staccato»: il colle Sant'Elia su cui sta la città sarebbe il resto di una frana venuta giù dal Monteluco — ma è una teoria che nessuno ha mai confermato. Quello che è certo è che Spoletium fu colonia romana dal 241 avanti Cristo e restò fedele a Roma anche nell'anno peggiore, respingendo Annibale fresco della vittoria al Trasimeno: dalla torre dell'Olio si rovesciava olio bollente su chi assediava la porta sotto, e quella porta si chiama ancora Fuga. Poi i longobardi ne fecero la capitale di un ducato che arrivava fino a Benevento, e due duchi di Spoleto, padre e figlio, provarono perfino a prendersi la corona imperiale.
Il Ponte delle Torri scavalca il vallone per duecentotrenta metri a ottantadue di altezza, e nemmeno gli storici sanno decidersi se sia romano-longobardo o tardomedievale; Goethe, che passò di qui nel 1786, lo mise nel suo Viaggio in Italia. Un altro ponte romano, il Sanguinario, sta invece sotto l'asfalto di una piazza, ritrovato nell'Ottocento e visitabile scendendo una scala. In piazza del Duomo, Filippo Lippi affrescò la sua ultima opera. E dal 1958, quando Gian Carlo Menotti cercava una città-teatro e trovò questa, il Festival dei Due Mondi fa di Spoleto ogni estate una capitale delle arti: il teatro che porta il suo nome — disegnato da Ireneo Aleandri, lo stesso dello Sferisterio di Macerata — è patrimonio dell'umanità dal 2026, insieme ad altri nove teatri dell'Italia centrale.