Il santuario di San Gennaro alla Solfatara è uno dei più importanti edifici di culto della zona flegrea: pur sorgendo sul territorio di Pozzuoli, appartiene da secoli alle proprietà della città di Napoli.
Cosa vedere
La facciata è semplice, con un profondo pronao e due belle colonne tuscaniche; sulle pareti del pronao alcune lapidi ricordano la costruzione della chiesa e i restauri. Sul portale in piperno c'è un delicato bassorilievo seicentesco in marmo con il volto di Gesù. L'interno è a una navata, coperta da una volta a botte unghiata e con cappelle laterali intercalate da lesene con capitelli ionici; un arco trionfale lo divide dal presbiterio, coperto da una pseudo cupola che con i pennacchi e la volta fu affrescata nel 1926 da L. Tammaro. Fra le opere più pregevoli si ricordano un altarino sormontato da un bassorilievo con il martirio di san Gennaro, opera del 1695 di Lorenzo Vaccaro, e il quadro del martirio sull'altare maggiore, di Pietro Gaudioso. Nella cappella destra si venera la pietra su cui, secondo la tradizione, il santo fu decapitato: nei giorni che precedono l'anniversario le presunte tracce di sangue assumerebbero un colore rosso rubino, mentre il resto dell'anno la pietra è nera. Secondo gli studi condotti negli anni Settanta dal professor Ennio Moscarella, però, non si tratterebbe della pietra del martirio ma del frammento di un altare paleocristiano del VI secolo, circa duecento anni dopo il martirio.
Il santuario fu fortemente voluto dai napoletani per sostituire una chiesetta dell'VIII secolo: la costruzione iniziò nel 1574 e si concluse nel 1580, sul luogo preciso dove san Gennaro e i suoi sei compagni furono decapitati. Il primo restauro risale al 1701 e si concluse nel 1708, quando fu riconsacrato dal vescovo di Pozzuoli Michele Petirro; nella notte fra il 21 e il 22 febbraio del 1860 un incendio la danneggiò gravemente e la chiesa fu restaurata, su progetto dell'architetto Ignazio Rispoli, con lavori completati appena dopo il colera del 1866 anche con il contributo dei puteolani. Secondo la tradizione, nel 1656, durante la peste, la statua di San Gennaro fu portata in processione dalla Solfatara all'anfiteatro Flavio: sul collo del santo comparve una macchia giallastra che si ingrandì fino ad assumere la forma di un bubbone e si squarciò, lasciando un segno ancora oggi visibile; il santo avrebbe preso su di sé la peste, liberando la popolazione.
La visita
Il santuario sorge alla Solfatara, a Pozzuoli. Le fonti consultate non riportano orari di apertura o delle celebrazioni: vanno verificati.
Il consiglio della redazione
Nella cappella destra cercate il busto di San Gennaro, opera di un artista ignoto del XII secolo circa, custodito in una nicchia che in origine era un elemento pagano, una cappella per la statua di un lare. Una leggenda racconta che i corsari saraceni ne tagliarono il naso con un colpo di scimitarra, e che il naso ritrovato da un pescatore in una rete volò da solo a tornare al suo posto.


