Sotto il Cansiglio, vicino al Bus de la Lum, dei cacciatori hanno lasciato le selci del loro accampamento intorno a undicimila anni prima di Cristo. Poi, al Palù del Livenza, la gente ha vissuto per un migliaio d'anni su pali piantati nella palude: è il sito palafitticolo più ricco di materiale archeologico d'Europa e dal 2011 è patrimonio dell'umanità insieme agli altri insediamenti preistorici delle Alpi. Il nome del paese è molto più modesto: viene dal latino cannaba, la cantina, il deposito, e la prima citazione, indiretta, sta in un documento del 1249 che parla della chiesa di San Michele fra Sacile e Caneva. Il resto lo dice la pietra. Caneva è un paese di cave e di cavatori, e con la pietra qui è fatto tutto: le case, i muri fra i campi, le strade, ogni sorta di manufatto.
Nelle parole ci sono tre lingue una sopra l'altra. Il dialetto è veneto, del tipo liventino, ma sotto c'è il friulano: certe voci — madràs per la serpe, batidór, ratha e rathòt per l'anatra e il maschio dell'anatra — fanno pensare che il veneto si sia imposto su un friulano più antico; e poi ci sono alcuni slavismi, lasciati da una piccola colonizzazione di epoca patriarcale. Documentata come possesso della Chiesa d'Aquileia dal 1034, Caneva fu contesa fra la Patria del Friuli e i trevigiani; i Carraresi di Padova occuparono il maniero nel 1385 e i veneziani presero il paese nel 1420. Del castello restano le basi di qualche muraglione e i resti di una torre, e dentro la cinta una chiesetta e un campanile ricavato da una torre antica. Per un secolo e mezzo di qui si è partiti: Americhe, Svizzera, Belgio, Australia, e si è smesso solo negli anni sessanta. A Fratta c'è il museo del minatore, e quello che custodisce sono soprattutto i cimeli dei canevesi che sono andati a scavare in Belgio.