Le botteghe annunciano Assemini prima dei cartelli stradali: qui la ceramica si lavora da prima dei romani, con reperti che risalgono alla cultura di Ozieri, e nel Medioevo la disciplinavano corporazioni dette gremi, che imponevano per statuto di non cambiare le forme tramandate. Le si faceva nei cortili delle case campidanesi, chiamati strexaius, con pozzi per estrarre l'argilla, vasche di decantazione, il tornio e forni a legna in mattoni crudi: le stesse case, fatte di làdiri, il mattone d'argilla essiccata al sole, somigliano così tanto alle hacienda dell'America Latina spagnola che il confronto è quasi automatico. Il nome del paese resta un piccolo enigma: la teoria più seguita lo fa derivare da un'annotazione della carta della Sardegna disegnata nel 1589 dal cartografo fiammingo Mercatore, che segnava qui un'Arx Muni, un villaggio fortificato, corrotto poi in Arsemini e infine in Assemini.
Il territorio, che si estende nella pianura del Cixerri fino a comprendere un'isola amministrativa nei boschi selvaggi di Gutturu Mannu, dentro il parco del Sulcis, ospita cervo sardo e aquila reale e conserva tracce di un possibile insediamento romano legato al porto punico di Nora. Nel Medioevo Assemini ebbe propri rappresentanti al primo parlamento sardo convocato dagli aragonesi nel 1355, e passò poi ai Carroz, ai Centelles e infine agli Osorio, da cui si riscattò nel 1839. Nella chiesetta di San Cristoforo, fino all'Ottocento, si praticavano le estrazioni dentarie: era la bottega del chirurgo del paese.