Gli strombolani non lo chiamano per nome: dicono Iddu, «Lui». Il vulcano esplode a intervalli che vanno da pochi minuti a qualche ora e lo fa quasi senza interruzioni da almeno duemila anni; per questo i naviganti lo chiamavano il faro del Mediterraneo. La Sciara del Fuoco è la ferita nera che scende dal cratere al mare sul fianco di nord-ovest, un ferro di cavallo aperto da una serie di frane negli ultimi 13.000 anni: è lì che rotolano in acqua i blocchi incandescenti, ed è lì che passa la lava quando l'attività cresce.
Cosa vedere
La Sciara si guarda da tre punti. Dal mare, con le barche che al tramonto si fermano al largo e spengono i motori. Dal sentiero dell'Osservatorio, un'ora scarsa a piedi dal paese sul versante occidentale, che è il belvedere naturale sulla colata. E dall'alto, quando le ordinanze lo permettono: la cima sta a 926 metri e l'isola emersa è soltanto il terzo superiore del vulcano, tutto il resto scende sotto il Tirreno. Poco a nord-est affiora Strombolicchio, il camino solidificato del vulcano originario, vecchio circa 200.000 anni, con in cima un faro automatico della Marina.
Il paese è un nastro di case bianche fra Scari, San Vincenzo, Ficogrande e Piscità: vicoli percorribili solo dai motocarri e dai motorini elettrici e, di notte, nessuna illuminazione pubblica, perché il Comune di Lipari ha scelto di non metterla. Si cammina con la torcia e si vede la Via Lattea. Dall'altra parte dell'isola, raggiungibile solo via mare, Ginostra d'inverno conta trenta o quaranta abitanti e una decina di muli, che restano il mezzo di trasporto. Nel 1891 a Stromboli vivevano circa 2.700 persone: poi la peronospora degli anni trenta uccise le viti, le eruzioni fecero il resto e l'isola si svuotò. La rimise sulle carte Roberto Rossellini, che nel 1950 vi girò Stromboli terra di Dio con Ingrid Bergman; Jules Verne ci aveva già fatto finire, nel 1864, il Viaggio al centro della Terra.
La visita
Si arriva in traghetto o in aliscafo da Milazzo, Messina, Napoli e Lipari, d'estate anche da Reggio Calabria, Vibo Valentia e Tropea; con mare mosso le corse saltano, quindi non si programma il rientro all'ultimo minuto. Automobili non ne servono e non ne passano. La salita al cratere si fa soltanto con le guide autorizzate: le escursioni portavano fino a oltre 900 metri, ma dopo i parossismi del 2019, quando un'esplosione uccise un escursionista, e dopo l'incendio del 2022 le quote consentite cambiano con le ordinanze e vanno verificate prima di partire. Per il resto bastano due giorni: uno per il paese e le spiagge nere, uno per il vulcano.
Il consiglio della redazione
Se il cratere è chiuso non ci sentiamo defraudati: prendiamo il giro in barca della sera, quello che si ferma davanti alla Sciara quando è già buio, perché è da lì che l'esplosione si vede intera, dal lampo al tonfo dei blocchi in acqua. Portiamo una frontale per il ritorno nei vicoli e scarpe vere anche per il sentiero dell'Osservatorio, che è pietroso. E una raccomandazione seria: l'eruzione del 2002 provocò un maremoto e nel 2022 un'alluvione fece danni per decine di milioni di euro, quindi i cartelli delle vie di fuga si guardano come si guarda l'uscita di sicurezza in aereo.




