Per secoli i cefaludesi l'hanno chiamato Domus Regia, la casa di Ruggero II, ma il palazzo che si vede oggi è opera dei Ventimiglia del Maro, conti di Geraci e poi principi di Castelbuono, che nel Duecento riadattarono strutture normanne preesistenti. Il documento più antico che lo nomina è il testamento dell'8 gennaio 1387, con cui il conte Francesco II Ventimiglia lasciò ogni cosa al figlio Enrico III. La famiglia lo tenne fino al 1602, quando Giovanni III Ventimiglia lo vendette a Simone de Flore; morto lui nel 1603, gli eredi lo passarono ai domenicani, che lo spezzettarono in case, botteghe, magazzini e perfino in un carcere.
Cosa vedere
Su via Amendola c'è il palazzetto bicromo, fasce alternate di tufo chiaro e pietra lavica nera, con tre bifore eleganti in fila: è la parte più fotografata e la più antica dopo la torre. Sul corso Ruggero si apre invece la grande trifora, di gusto chiaramontano come le bifore sull'altro fronte, che dà luce a un salone solenne; là dentro si conserva ancora il portalino con piattabanda che porta lo stemma dei Ventimiglia del Maro, e il rimando al palazzo Chiaramonte di Palermo è evidente.
La torre quadrangolare racconta la stratigrafia del posto: i filari inferiori sono normanni e poggiano su blocchi greci, la sopraelevazione a tre piani fu fatta fra il 1320 e il 1330 e in cima aveva una difesa piombante oggi perduta. In una sala a pianterreno restano i resti di una cisterna probabilmente romana. Il restauro condotto dal 1988 al 1991 dall'architetto Silvana Braida, con gli scavi di Amedeo Tullio, ha riportato alla luce case di età ellenistica, monete di bronzo del IV secolo a.C. e un bacile da parata con leone araldico del Trecento.
La visita
Si entra dal corso Ruggero, a metà della passeggiata principale del centro storico. Oggi l'edificio è di proprietà regionale e funziona come sede di mostre e convegni: quello che si trova esposto cambia di stagione in stagione, mentre la costante è l'edificio stesso. Il biglietto costa pochi euro ed è compreso negli itinerari della cattedrale; l'apertura è spezzata fra mattina e pomeriggio, con la consueta pausa. Bastano venti minuti o mezz'ora, di più se c'è una mostra. Le sale sono spoglie, senza arredi: si guardano i muri.
Il consiglio della redazione
Prima di entrare facciamo il giro dell'isolato e imbocchiamo via Amendola: da lì il prospetto a fasce bianche e nere si legge tutto intero, cosa impossibile dal corso, dove la folla e le vetrine tolgono le distanze. Poi, dentro, cerchiamo il punto in cui la muratura cambia: sotto la pietra squadrata dei Greci, sopra i Normanni, sopra ancora i Ventimiglia. Tre epoche in due metri di parete.
