Le mura di Montagnana sono fra le meglio conservate d'Europa, ma la cosa interessante non è la cartolina: è come dovevano funzionare. La cinta attuale è della metà del Trecento, quando i Carraresi, signori di Padova, vollero rafforzare questo luogo forte di frontiera contro la Verona degli Scaligeri, che teneva la vicina Legnago. È un quadrilatero irregolare di circa seicento metri per trecento, ventiquattro ettari, un perimetro di due chilometri, con ventiquattro torri distanziate una sessantina di metri e alte fra i diciassette e i diciannove; le mura arrivano a otto metri, hanno lo spessore di circa un metro e sono coronate da merli guelfi, fra i quali delle ventole di legno riparavano i difensori. Sotto i fornici del cammino di ronda stavano le canipe, i magazzini dove si custodivano i beni prodotti nelle campagne; e tutto attorno alle mura, dalla parte interna, una fascia era lasciata libera da costruzioni e coltivata a pomerio, per reggere gli assedi lunghi. Fuori, il fossato veniva allagato con l'acqua del Frassine.
Il paese, insomma, era nato come rifugio di tutti, e tutti dovevano pagarlo. Montagnana è citata come castrum in un documento del 996; le difese altomedievali erano fatte di terrapieni, palizzate, fossati e barriere di piante spinose, e gli abitanti dei villaggi intorno erano tenuti alla manutenzione di mura, bertesche e ponte e al servizio militare verso il castrum, considerato ricetto comune di importanza vitale per la sicurezza di tutti. Nel 1242 Ezzelino III da Romano prese e incendiò la città, poi la fortificò: a lui è attribuito il mastio del castello di San Zeno. Il nome viene da Motta Aeniana: nel latino medievale «motta» era una piccola altura e «aeniana» una mansio. Dentro le mura, poi, c'è una città: il duomo del 1431 conserva una Trasfigurazione di Paolo Veronese e, ai lati dell'ingresso, una Giuditta e un David attribuiti di recente a Giorgione; palazzo Magnavin-Foratti si dice sia stato la casa di Jacopa, moglie del condottiero Erasmo da Narni detto il Gattamelata; il municipio è attribuito a Michele Sanmicheli; e appena fuori porta Padova sta villa Pisani, uno dei capolavori di Palladio.