Lanciano custodisce quello che la tradizione considera il primo miracolo eucaristico della storia della Chiesa: nell'VIII secolo, secondo il racconto, ostia e vino si mutarono in carne e sangue nelle mani di un monaco che dubitava; le reliquie si venerano in San Francesco, e ci arrivano pellegrini da tutto il mondo. Il nome, però, non viene dalla lancia: viene da Anxanum, la città dei Frentani. La lancia ce la mise la città stessa, nel 1464, quando si diede uno stemma con una lancia che punta al sole — quasi certamente la lancia di Longino, il soldato che trafisse il costato di Cristo, il cui culto qui è antichissimo; e c'è chi pensa che una chiesa a lui dedicata stesse proprio dove oggi c'è il convento di San Francesco.
La ricchezza vera veniva dalle fiere, due l'anno, che nel Trecento fecero di Lanciano il centro più popoloso d'Abruzzo. Nel 1212 Federico II la dichiarò città demaniale — cioè di nessun feudatario, amministrata dal re — con le merci esenti da dazi e il diritto di eleggere il Mastrogiurato, un magistrato che durante le fiere teneva in mano i poteri del Giudice Regio: è quello che la città rievoca ancora oggi in costume. All'apice possedeva più di quaranta feudi e batteva moneta sua. Poi, un giorno, il viceré di Napoli la vendette a un marchese, e Lanciano passò un secolo a non riconoscerlo: impedì al feudatario di prendersi la città, gli fece causa fino a Madrid, e nel 1647, con Masaniello, gli buttò giù le insegne. Tornò demaniale solo nel Settecento. Il cinque e il sei ottobre del 1943 i ragazzi di Lanciano presero le armi contro i tedeschi e li tennero impegnati due giorni: ne morirono undici, e la città ebbe la medaglia d'oro. Prima, durante la guerra, qui c'era stato un campo d'internamento per ebrei stranieri e antifascisti. Il centro, fra Santa Maria Maggiore col portale firmato Petrini e le torri Montanare, merita la sosta lenta che l'Abruzzo interno sa imporre.