Elice è il leccio: ilex, ilicis, l'albero che una volta copriva queste colline sopra la valle del Fino. Il posto sta nelle carte dall'undicesimo secolo, e nel 1084 un conte normanno donò il castello all'abbazia di San Giovanni in Venere con gli uomini, i terreni e gli edifici — gli uomini contati insieme ai beni. Nel 1168 il castello aveva duecentosessantaquattro abitanti: un numero messo per iscritto, che per un paese di questa misura è una rarità. E nel 1284 i signori concessero all'università di Elice di tenere mercato tutti i lunedì, a una condizione: che non fosse di pregiudizio ai vicini né di dispendio allo stato.
Nel 1461 il re Ferrante d'Aragona concesse la giurisdizione criminale su Elice, in perpetuo, a quattro fratelli Castiglione: Baldassarre, Melchiorre, Gaspare e Agamennone — tre re magi e un re greco. La famiglia tenne il feudo fino alle leggi che abolirono la feudalità. Poi il paese campò con le mani: una conceria di pelli fondata nell'Ottocento arrivava a commerciare fino in Dalmazia, e Pietro Baroni, sindaco fino alla morte nel 1893, impiantò dentro i locali del castello una fabbrica di terrecotte e ceramiche — ed è per le ceramiche che Elice era conosciuta a fine secolo.
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Fuori da Elice, ma a portata di gita.
