🏺 Siti archeologici

Complesso archeologico di Torre degli Embrici

📍 Atella, Basilicata · 47/100

La stessa vasca ha cambiato mestiere due volte. Prima è stata la fontana di una villa romana, alimentata da fistulae di piombo e impermeabilizzata a cocciopesto; poi, quando sopra le terme si è alzato un grande edificio absidato, è finita sotto il pavimento a fare da cisterna. Il complesso di Torre degli Embrici, diviso fra i territori di Atella e Rionero in Vulture, funziona tutto così: quattro fasi costruttive che si tagliano e si riusano a vicenda, dal II secolo a.C. all'abbandono definitivo nel VII secolo d.C.

Cosa vedere

La fase più antica è un impianto termale: calidarium e tepidarium con la fornace annessa, un pavimento in cocciopesto di cui resta in sito un lacerto di mosaico policromo, pareti coperte di intonaci dipinti. A datarla sono soprattutto le monete, fra cui un denario d'argento collocabile tra il 145 e il 150 a.C. e, nell'area del praefurnium, una moneta d'argento suberata di età triumvirale. Fra II e III secolo d.C. le terme raddoppiano verso sud, con un secondo calidarium e un secondo tepidarium; negli ambienti sono spuntati aghi crinali e frammenti di vasi in vetro, indizio di una frequentazione femminile.

La terza fase rovescia il quadro. Sulle terme dismesse si costruisce un edificio absidato a tre navate, forse una basilica cristiana: 25 metri di larghezza complessiva, un'abside di quasi 12. Il vecchio forno delle terme diventa parte di un canale di drenaggio che porta verso est, dove due canalette gemelle e alcune macine indicano un mulino ad acqua per il grano. Accanto alla vasca-cisterna, sotto il livello del pavimento, è emersa una tomba alla cappuccina con un corredo di un solo pezzo: un vago di collana in vetro blu decorato a occhi bianchi. Tutto finisce bruciato, sotto uno strato di incendio e crolli con ceramiche e monete del IV e V secolo; poi la quarta fase, poche murature e una piccola necropoli, prima del silenzio.

La visita

Qui non si visita un parco archeologico ma uno scavo interrotto. La campagna decisiva è del 2004, condotta dall'archeologo statunitense Richard Fletcher insieme a ricercatori delle università di Alberta, Sydney e Ben Gurion del Negev; ne uscirono parte dell'abside, una moneta di Marco Aurelio Probo, imperatore fra il 276 e il 282, e un'Afrodite di marmo priva di testa e arti, oggi al museo archeologico di Melfi. Un intervento della Soprintendenza nel 2006 diede risultati modesti; seguirono permessi di ricerca nel 2008 e nel 2011 e, nel 2012, una campagna di sola pulizia dello scavo. Da allora non ne sono stati concessi altri.

Il consiglio della redazione

Fate il percorso al contrario: prima Melfi e il suo museo archeologico, per vedere l'Afrodite mutilata, poi il terreno fra Atella e Rionero da cui è venuta. E tenete a mente una battuta vecchia di duemila anni: Orazio, che queste terre le conosceva, descriveva il Vulture come selvaggio e senza tracce. Le quattro fasi di Torre degli Embrici dicono l'esatto contrario.

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