Placanica sta su una collina fra la fiumara Precariti e il torrente Càstore, a poca distanza dallo Ionio, e fino al 1816 si chiamava Motta Placanica: motta vuol dire altura fortificata, e le mura arrivarono probabilmente ai tempi di Enrico Ruffo, che nel 1310 ne era feudatario. Il castello, però, è più antico: lo costruì nel 1283 la famiglia Arcadi. Nel 1333 il paese si chiamava già Motta Placanica, e in quell'anno i documenti registrano una cosa che di solito non si sa: c'era una comunità di ebrei — iudeis Placanicae — che pagavano al feudatario Guglielmo Ruffo i diritti sulle terre che possedevano, e di alcuni di loro sono rimasti i nomi: Saydonus, Farionus, Farachi, Aronus. Placanica aveva anche una sua assemblea, l'Universitas Civium, un vero parlamento pubblico con potere deliberativo, formato da tutti i capifamiglia maschi fra i diciotto e i sessantacinque anni.
Il Cinquecento e il Seicento sono un elenco di compravendite. Nel 1570, per pagare i debiti di Cola Antonio Caracciolo, la baronia fu venduta per trentatremila ducati a Domenico De Licandro di Messina, il cui figlio finì presto in causa con il parlamento placanichese, accusato di aver portato la peste in paese. Nel 1645 il figlio di Girolamo Passerelli, anche lui pieno di debiti, dovette vendere Placanica al convento di San Domenico di Soriano per trentamila ducati; e nel 1654 il convento la rivendette a Francesca Musitano per ventinovemilacinquecento. I terremoti del 1783 fecero qui danni per ventimila ducati, buttando giù torri, case, mulini e soprattutto chiese. Nella chiesa di San Basilio Magno si conserva un tabernacolo dei Gagini. Le donne, racconta la storia locale, lavoravano i campi, filavano e tessevano; e prima di sposarsi andavano dal notaio con i genitori a stipulare con il futuro marito i capitoli matrimoniali, dove si elencava tutto quello che portavano in dote. Oggi, nella frazione di Santa Domenica, arrivano migliaia di pellegrini a venerare la Madonna dello Scoglio.