Il nome viene dall'acqua: Fontana Lata, fonte estesa, per i fontanili, le sorgive naturali che affiorano da sole nella pianura della bassa parmense. Anche il fossato che gira ancora intorno alla rocca Sanvitale è una di quelle sorgive, non un'opera d'ingegneria. Un tempo l'acqua era dappertutto: almeno dal Cinquecento un largo fossato pieno d'acqua, la fossa circondaria, cingeva tutto il borgo, e fu chiuso solo nel 1849 per ragioni d'igiene. La rocca era nata nel 1124 come semplice torre difensiva dei Pallavicino, poi passò ai Sanvitale, che restarono legati al paese per più di cinque secoli: nel 1948 l'ultimo conte, Giovanni Sanvitale, la vendette al comune, che ci ha messo dentro il municipio e ha aperto le sale al pubblico. Nello stemma ci sono tutte e due le cose, la fontana e il castello, e sul castello la banda rossa dei Sanvitale.
Dentro il castello ci sono due stanze che valgono il viaggio, e sono agli antipodi. Una è la saletta di Diana e Atteone, dipinta dal Parmigianino fra il 1523 e il 1524. L'altra è la camera ottica, ricavata nell'Ottocento nella torre circolare a sud: è una stanza buia dove un piccolo foro fa da lente e porta lì dentro, sul muro, l'immagine della piazza che sta fuori. Fuori dal paese, nella campagna di Casalbarbato, c'è una terza cosa che nessuno si aspetta: un labirinto enorme, disegnato e costruito dall'editore Franco Maria Ricci, fatto tutto di bambù. E in mezzo al borgo resta il santuario della Beata Vergine del Santo Rosario, tirato su dai domenicani nel Cinquecento e rifatto barocco, dove i pellegrini continuano ad arrivare.