Sul nome del paese ci sono tre ipotesi, e la più convincente è anche la prima cosa che di questo posto sia mai stata scritta. Il venticinque settembre del 758 un atto registra il passaggio di mano, fra alcuni nobili di origine longobarda, di un bosco composto in gran parte da carpini: e Carpaneto dovrebbe venire proprio da lì, dall'albero. La seconda ipotesi tira in ballo il latino carbonetum, deposito di carbone, perché il paese fu per secoli piazza di scambio di cereali e di carbone, estratto sui monti Menegosa, Lama e Pelpi e portato quaggiù dai muli lungo la val Chero, che per questo si chiamava la strada del carbone; la terza vuole che il nome venga da un fondatore, un certo M. Carbo vissuto prima di Cristo. L'aggettivo Piacentino fu aggiunto nel 1929. Curiosa, invece, è la posizione dello stemma vecchio, che non sceglieva: oltre alla pianta di carpino ci metteva un castello e un lago pieno di carpe, tenendosi buone due etimologie diverse in una volta sola.
Il castello c'è ancora, ed è il municipio: nel 1908, qualche anno dopo la morte del conte Carlo Scotti — che del comune era stato anche sindaco — la famiglia lo vendette all'ente locale, che ci trasferì gli uffici e fece sparire i locali fino ad allora usati come stalle. Tutto il resto delle difese è andato: fra Otto e Novecento le fortificazioni furono abbattute, il fossato colmato, e alla fine cadde anche il voltone di via Roma, cioè l'ingresso del paese per chi arrivava da Piacenza, che portava sopra lo stemma degli Scotti Douglas. Fra il 1941 e il 1943 Carpaneto fu uno dei comuni emiliani adibiti a luogo di internamento libero per gli ebrei stranieri: qui vissero a domicilio coatto i quattro membri della famiglia Nichtberger, di origine tedesco-polacca, arrivati profughi in Italia l'anno prima. Con l'occupazione tedesca furono arrestati il trenta novembre 1943, portati al campo di Fossoli e poi ad Auschwitz, dove morirono. In paese, in loro memoria, sono state posate delle pietre d'inciampo.