La Banditaccia è una città costruita per l'eternità: la necropoli etrusca di Cerveteri, patrimonio UNESCO dal 2004, allinea per chilometri tumuli erbosi e vie sepolcrali dove si cammina come in un abitato — perché tale voleva essere, con le camere scavate a imitare le case dei vivi. Fra le due città, quella dei vivi e quella dei morti, correva la via degli Inferi, tagliata a fondo nel tufo. Da qui viene il Sarcofago degli Sposi, trovato nell'Ottocento e oggi a Villa Giulia. La città ha avuto tre nomi: gli etruschi la dicevano Caisra, i greci Agylla, i latini Caere — e nel Quinto secolo il poeta Rutilio Namaziano, costeggiando l'Etruria in barca, annotava che ormai il nome Agylla si era perso.
Fu una delle città più ricche del Mediterraneo etrusco, con i suoi scali sul mare — il maggiore era Pyrgi — e un artigianato che rifaceva a modo proprio i modelli greci e orientali. Quando nel 390 avanti Cristo arrivarono i galli, Caere accolse le vestali e gli oggetti sacri portati via da Roma, e i suoi soldati attaccarono i galli sulla via del ritorno: per questo i romani le diedero la cittadinanza senza diritto di voto, e secondo Aulo Gellio i ceretani furono i primi a riceverla. Poi vennero le carestie, le invasioni e la malaria, e fra il Dodicesimo e il Tredicesimo secolo la gente se ne andò a fondare un paese nuovo, Cere Novum, che oggi si chiama Ceri. Da allora la città vecchia è Cere Vetere, cioè Cerveteri: il nome di questo posto vuol dire «la Caere vecchia», e la distinzione fra le due sta già in una bolla di papa Gregorio IX del 1236. Il centro si è ripopolato solo alla fine dell'Ottocento. Il castello Ruspoli sta sulle mura etrusche, e nel palazzo c'è un museo ornitologico con trecento uccelli impagliati; le terme romane delle Aquae Caeretanae, sparite con l'impero, sono riemerse nel 1986. Le campagne di vigne e carciofi fanno il resto.