Museo archeologico del territorio di Populonia
Il museo di Piombino sull'antico territorio di Populonia, nella Cittadella: c'è l'anfora d'argento di Baratti.
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Il museo di Piombino sull'antico territorio di Populonia, nella Cittadella: c'è l'anfora d'argento di Baratti.
Piazza Giovanni Bovio sta sulla punta del promontorio di Piombino, in fondo all'asse cittadino formato da viale del Popolo e corso Vittorio Emanuele II. Un tempo si chiamava Piazzarella. La piazza di oggi fu creata negli anni Venti del Novecento, demolendo nella parte finale l'antica Rocchetta, un fortilizio dell'XI secolo su fondamenta etrusche da cui partivano le mura urbane, e riadattando i vecchi contrafforti. Più indietro nel tempo, nel 1809, la principessa Elisa Bonaparte Baciocchi aveva trasformato Palazzo Appiani e tutta l'area in bagno penale, e il penitenziario restò attivo per tutto l'Ottocento.
La piazza è una vasta terrazza naturale protesa sul mare, che la abbraccia su tre lati e segue la forma della scogliera. La vista sul canale di Piombino è amplissima e prende gran parte dell'Arcipelago toscano. Vicinissima c'è la massa montuosa dell'isola d'Elba; i due isolotti più prossimi sono Cerboli e Palmaiola; si vedono anche il Giglio, Montecristo e Capraia, e nelle giornate limpide la Corsica e Giannutri.
All'estremità della terrazza c'è il faro della Rocchetta, una torretta in stile neomedievale. Sopra la piazza e il porto antico si alza Palazzo Appiani, la prima residenza dei signori di Piombino, della metà del Trecento.
La piazza è uno spazio pubblico, sempre accessibile. Passando accanto a Palazzo Appiani si può raggiungere il Porticciolo.
Per dare un nome alle isole cercate i cartelli di plastica trasparente messi negli angoli della piazza: servono proprio a riconoscerle. Sul pavimento c'è una rosa dei venti di marmi policromi, che nel rifacimento della piazza ha preso il posto di un grande pannello calpestabile con la carta dell'area visibile.
Il Museo etrusco di Populonia raccoglie i reperti della collezione privata della famiglia Gasparri, proprietaria dei terreni di Baratti e Populonia dove nella prima metà del Novecento furono riportate alla luce le necropoli etrusche. Sta dentro il Castello di Populonia, piccolo borgo del comune di Piombino, ed è il museo più antico della Val di Cornia: lo aprirono nel 1943 Giulia e Tommaso Gasparri. Il primo nucleo erano i reperti assegnati alla famiglia come premio di rinvenimento, pari a un quarto del valore dei ritrovamenti, dopo le scoperte fatte nei loro terreni. Rinnovato nel 1985, il museo fu trasferito tre anni dopo nell'ex frantoio del castello, dove si trova ancora; nel 2015 è stato riallestito per intero, e dal 2019 lo gestisce il gruppo Past in Progress.
All'ingresso c'è un grande dolio romano del I secolo d.C., trovato sul fondale marino a est di Piombino: un contenitore di terracotta alto quasi due metri, con sei metri di circonferenza, che serviva a trasportare e conservare legumi, cereali, olio e vino. La prima sala ha i corredi funerari di alcune tombe etrusche; la Sala del Mare espone anfore etrusche e romane, ancore di pietra e di piombo, una macina di pietra lavica. I ceppi di piombo delle ancore romane servirono a bloccare le reti per la cattura dei tonni: confermano che presso Populonia c'era un'antica tonnara, come indicava il geografo greco Strabone.
L'ultimo spazio conserva di proposito il gusto antiquario del museo di una volta, con cippi, sarcofagi e una tomba «alla cappuccina». C'è il sarcofago di Poggio Malassarto, il solo con il coperchio scolpito che venga dalle necropoli di Populonia: vi è ritratto un uomo semisdraiato sul letto del banchetto. Simbolo del museo è una palmetta scolpita a bassorilievo, che coronava una stele funeraria del IV secolo a.C.
Orari e biglietti vanno verificati con il museo prima di salire a Populonia. Il percorso ha anche supporti multimediali che illustrano la storia e le attività umane sul territorio.
Tra i bronzi cercate una grattugia degli inizi del VI secolo a.C. Era un oggetto del simposio: serviva a grattugiare formaggio e spezie da mescolare al vino, e nei corredi funerari, insieme a crateri, coppe e colini, segnalava che il defunto apparteneva alla classe aristocratica.
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