Il nome viene dal longobardo gahagium, il terreno recintato — o il bosco sacro: i gazzi erano proprietà chiuse, l'equivalente germanico delle curtes romane, dove boschi, terre e acque facevano una sola unità economica e giuridica. Nello stemma c'è ancora un albero, e fino a qualche decennio fa accanto all'albero c'era anche un cacciatore, per la selvaggina che il bosco teneva. Il primo documento è del 1187: si cominciava a disboscare, e il vescovo di Vicenza Pistore investì Guido Alberti di Montorso di possedimenti che giacevano nel bosco di Gazo.
Il disboscamento è andato avanti per secoli e ha ribaltato il paesaggio: nell'Ottocento la campagna era diventata quasi palude, e all'epoca dell'unione del Veneto all'Italia Gazzo era famosa per le sue risaie, molte dei nobili veneziani Diedo. Si viveva nei casoni col tetto di paglia, fra riso, foraggi, granturco, uva e una bachicoltura stentata, e la sola risorsa vera era il bestiame. Amministrativamente il paese stette con Vicenza fino al 1853, poi passò a Cittadella e subito dopo a Padova. Oggi le risorgive alimentano i prati e le stalle da latte che distinguono Gazzo dal mais dei vicini; una di esse, a nord-est, la chiamano el fontanon del diavoeo e si sta esaurendo perché la falda si abbassa.
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Fuori da Gazzo, ma a portata di gita.