Chiesa di San Vito al Sele
La chiesa del X secolo nella piana del Sele, dove la tradizione colloca il martirio di san Vito.
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La chiesa del X secolo nella piana del Sele, dove la tradizione colloca il martirio di san Vito.
Il castello normanno sopra Eboli, rifatto dai Colonna nel Quattrocento, oggi istituto di reclusione.
La riserva naturale regionale Foce Sele-Tanagro è un'area protetta della Campania, istituita dalla Regione con una legge del 1993 e gestita dall'ente che cura anche la riserva dei Monti Eremita-Marzano. Si estende per 7284 ettari: comincia sulla fascia litoranea ai lati della foce del Sele, nei comuni di Eboli e di Capaccio-Paestum, e segue le sponde del Sele, del Tanagro, del Calore e dei torrenti Platano Bianco e Melandro, toccando trentanove comuni tra le province di Salerno e di Avellino. Al suo interno ci sono tre zone speciali di conservazione e una zona di protezione speciale.
Sul litorale, a nord e a sud della foce, c'è una pineta piantata negli anni Trenta del Novecento, durante le bonifiche, per proteggere dalla salsedine i campi dell'entroterra: pino domestico e pino d'Aleppo, quest'ultimo più resistente all'aria di mare, con nicchie di pioppo, salice, alloro e mirto. Tra la pineta e la spiaggia sta la duna, che ferma le sabbie e difende la costa dall'erosione: vi crescono il ginepro, il giglio di mare, la calcatreppola e il papavero cornuto.
Lungo i fiumi le sponde sono coperte da boschi di pioppo, salice e ontano e da canneti. Il Sele ospita la lontra, diventata il simbolo dell'Oasi di Persano, e tra gli uccelli l'airone cenerino, lo svasso maggiore, il tarabusino, il martin pescatore e il cavaliere d'Italia.
La riserva è molto estesa e non ha un solo ingresso: nel territorio di Eboli riguarda la fascia litoranea con la pineta, presso la foce del Sele. Accessi, regole e iniziative vanno verificati sul sito dell'ente.
Nel territorio della riserva rientrano luoghi molto diversi tra loro: l'Oasi di Persano, zona umida di interesse internazionale secondo la Convenzione di Ramsar, le sorgenti termali di Contursi, le grotte di Pertosa e di Castelcivita e, a Capaccio-Paestum, il sito archeologico di Hera Argiva.
Il santuario dei Santi Cosma e Damiano, a Eboli, è una chiesa del Novecento: fu costruito per sostituire la vecchia chiesa, ancora in uso, che sta sul lato opposto e che era troppo piccola per i pellegrini. Ne arrivavano da Eboli e dai paesi vicini, Battipaglia, Olevano sul Tusciano, Serre, Postiglione e Salerno, ma anche da Avellino, Caserta e Napoli. Le fondamenta furono gettate tra il 1949 e il 1950, su un suolo donato dall'amministrazione comunale. Fu un cantiere insolito: il materiale veniva dalle macerie lasciate dalla guerra, e a fare da operai e manovali furono i fedeli.
Il santuario ha una sola navata, ampia, che arriva fino all'altare. Le pareti laterali, l'abside e l'arco maggiore sono coperti di mosaici, e lungo le pareti e nell'abside si aprono finestroni con vetrate che raccontano la vita dei due santi martiri.
Ci sono anche due tele: un'Immacolata di Giovanni Bernardo Lama, del Cinquecento, e una Deposizione di scuola siciliana del Settecento.
Orari di apertura e delle messe vanno verificati con il santuario.
La festa, molto sentita in città, si tiene ogni anno il 27 settembre, il giorno dopo la ricorrenza liturgica dei due santi, che cade il 26.
Il Museo archeologico nazionale di Eboli, già «di Eboli e della media valle del Sele», è un museo statale aperto il 25 marzo 2000. Ha sede nell'ex convento di San Francesco, un complesso fondato nel Duecento e molto rimaneggiato nel Cinquecento e nel Settecento. Prima dell'ultima guerra ospitava il municipio, la pretura e il ginnasio; i bombardamenti lo distrussero in parte e fu abbandonato, finché i lavori degli anni Novanta ne hanno destinato una parte al museo. Le collezioni vengono dagli scavi nella valle del Sele, da sempre luogo di incontro tra genti diverse, allo sbocco di importanti vie di transito.
Nell'atrio c'è la «stele eburina», il basamento di una statua onoraria con iscrizioni su tre lati, studiate anche da Theodor Mommsen. La dedica, del 183 d.C., è a Tito Flavio Silvano, patrono del municipio di Eburum, e a offrirla fu il collegio dei dendrofori, che si occupava del taglio dei boschi e del trasporto del legname a Roma: è il documento che attesta che Eboli fu municipio romano.
Al piano terra il percorso va dal Neolitico, con i reperti di San Cataldo, alle tombe a grotticella della cultura del Gaudo trovate in località Madonna della Catena, fino all'età del Bronzo, con i frammenti di ceramica di tipo miceneo della collina di Montedoro, e all'età del Ferro, con i corredi maschili di armi e quelli femminili ricchi di gioielli in bronzo, argento e ambra. Al primo piano ci sono le necropoli dal VII al IV secolo a.C., con il bucchero di produzione campana e le ceramiche greche d'importazione.
Orari, biglietti e giorni di chiusura vanno verificati sul sito della Direzione regionale Musei Campania.
Tra i corredi cercate la tomba 31 di via San Berardino, del VI secolo a.C.: vi è documentata la più alta concentrazione di importazioni greche registrata.
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