L'Eremo di San Michele è un antico luogo di culto di Sanremo, di origini altomedievali imprecisate, a metà strada lungo la via che dal Campo Golf porta alla frazione di San Romolo. Sorge sui ruderi di un cenobio edificato da monaci provenzali dell'abbazia di Lerino e dedicato a san Michele Arcangelo.
Cosa vedere
Dell'antico cenobio restano alcune parti: probabilmente la chiesetta di San Michele, qualche arredo, gli altari lignei, alcuni capitelli e il refettorio. Nella cripta sono conservati alcuni pregevoli oggetti sacri, forse aggiunti dal conte Michele Toffetti, che restaurò il complesso intorno al 1855-1860 e ne fece la sua ultima residenza. Il caseggiato, costruito sui ruderi e collegato alla chiesetta, guarda il mare e le valli dei torrenti San Romolo e San Francesco.
Attorno all'eremo nacque una leggenda. Nel 1849 il re Carlo Alberto era morto in esilio a Porto, ma la voce popolare lo voleva nascosto nella Liguria di Ponente; quando nel 1855 sbarcò a Sanremo un gentiluomo misterioso, elegante e dai modi militareschi, che si ritirò a San Michele, i sanremesi pensarono a lui, e le brevi visite serali di uno sconosciuto furono attribuite al figlio, Vittorio Emanuele II. In realtà l'eremita era il conte Toffetti, nobile veneziano nato nel 1796 e discendente per via materna dai Gonzaga: aveva finanziato il movimento per la liberazione di Venezia, era stato messo al bando dalla polizia austriaca, aveva preso parte alle Cinque Giornate di Milano ed era fuggito nascosto in una botte fino al convento dei cappuccini di Voltri. Il priore, padre De Canis, originario di Sanremo, incaricò il fratello Maurizio, muratore, di comprare un terreno lontano dalla città e di costruirvi la casa con la cappella. Il conte non si allontanò più dall'eremo per undici anni: il necrologio uscì sulla stampa locale il 27 ottobre 1866.
La visita
Secondo le fonti l'esterno oggi è visitabile, mentre l'interno apre poche volte l'anno, in occasione di ricorrenze religiose o di matrimoni. Date e modalità vanno verificate.
Il consiglio della redazione
Maurizio De Canis, che con la sua famiglia aveva condiviso l'esilio del conte in una dipendenza costruita accanto alla casa, ne fu l'erede universale. Alla morte di De Canis l'eremo fu donato alla parrocchia di San Giuseppe.






