Il nome può voler dire tre cose, e tutte e tre belle: bosco sacro, dall'etrusco luk-eri; oppure lana bianca, dal greco leuka eria, perché Orazio e Marziale lodarono la lana delle greggi di qui; oppure semplicemente luce. Nel 321 avanti Cristo i romani furono sconfitti alle Forche Caudine mentre andavano a soccorrere Luceria, e dovettero passare sotto il giogo dei sanniti; l'anno dopo il console Papirio Cursore assediò la città e fece passare sotto il giogo i sanniti. Poi Luceria divenne colonia latina con propri magistrati e diritto di battere moneta, ospitò per due settimane il quartier generale di Pompeo, ebbe l'anfiteatro augusteo che si vede ancora, e da Costantino ricevette perfino un nome nuovo: Civitas Constantiniana.
Ma la storia che a Lucera non si è mai chiusa è un'altra. Dal 1223 Federico II ci trasferì i musulmani ribelli della Sicilia, e la città divenne araba: una moschea, una scuola coranica, libertà di culto e di commercio, e sul colle il Palatium dell'imperatore. La colonia di Lugiarah gli fu fedele e gli diede arcieri, e ospitò Manfredi, che qui si faceva chiamare sultano; contro di loro un papa bandì una crociata, e i saraceni combatterono per gli svevi fino alla morte di Manfredi. Poi arrivarono gli angioini: la città resistette a un lungo assedio e si arrese per fame nel 1269. E nel 1300, l'anno del primo Giubileo, Carlo II d'Angiò ordinò di spopolarla: dal quindici al ventiquattro agosto i saraceni furono in parte uccisi, in parte venduti come schiavi, in parte costretti a convertirsi. Abbattute le mura e la moschea, la città fu ripopolata di cristiani e ribattezzata Civitas Sanctae Mariae; il duomo, fra le rare cattedrali angioine intatte, venne subito dopo. La festa patronale, i fist d'agust, cade in quegli stessi giorni d'agosto, e un corteo di duecento figuranti rievoca ogni anno proprio quell'eccidio. Sotto i belvedere, il Tavoliere si stende come un mare di grano.