Il nome compare come Sexta in un diploma imperiale del 965, poi come Sextum nel 1208, e viene dal latino ad horam sextam, alla sesta ora. La sesta ora, nel computo benedettino, è mezzogiorno — e mezzogiorno vuol dire sud. A usare quell'espressione fu la collegiata di San Candido, per dire dove stava questa valle rispetto a sé: il posto del mezzodì, cioè il posto a meridione. Il nome di Sesto, insomma, è una direzione detta con un orologio. Un'altra spiegazione ci sarebbe, una sesta pietra miliare sulla strada romana che da Littamum saliva al passo Monte Croce di Comelico, ma la prima è più probabile, anche perché il nome è essenzialmente medievale. Oltre al nome, del passato di Sesto e di Moso è rimasto poco, e c'è un motivo: nella prima guerra mondiale i due paesi furono quasi completamente distrutti dalle granate italiane. Sesto sta al di là dello spartiacque alpino — il rio che lo attraversa confluisce a San Candido nella Drava, e la Drava nel Danubio — ed è il comune più orientale della regione.
Quando la guerra scoppiò, a difendere il paese c'era una compagnia di riservisti. I due eserciti si contesero le vette sopra di esso: la Croda Rossa di Sesto, il monte Covolo, le Tre Cime di Lavaredo, il monte Paterno; e fra quelli che in quei combattimenti si distinsero c'era una guida alpina di qui, Sepp Innerkofler, la cui pattuglia volante complicò parecchio le cose alle truppe italiane. La popolazione civile fu evacuata, e Sesto è l'unico paese di lingua tedesca sul confine italiano a cui sia toccata questa sorte. Alla fine del conflitto era il posto che nel Tirolo meridionale aveva subito i danni maggiori: oltre all'abitato quasi interamente distrutto, cinquantaquattro persone erano morte, quattro ogni cento abitanti. Nel novembre del 1918 le truppe italiane scesero dal passo Monte Croce di Comelico ed entrarono in paese. Se i termini della conferenza di pace di Parigi fossero stati applicati alla lettera, Sesto sarebbe dovuta restare all'Austria, perché sta a oriente della Sella di Dobbiaco, che è il confine fisico e lo spartiacque; non andò così, e nel giro di due anni il paese passò sotto la sovranità italiana. Durante il fascismo anche qui il confine fu fortificato: al passo Monte Croce ci sono ancora i bunker del vallo alpino. Il ventisette agosto 1965 alcuni uomini del Befreiungsausschuss Südtirol aprirono il fuoco coi mitra contro la caserma dei carabinieri di Sesto e uccisero due carabinieri, Palmerio Ariu e Luigi De Gennaro. Lo stemma del comune — tre monti d'argento per le Tre Cime, con un camoscio nero inerpicato su quello centrale — è stato concesso formalmente nel 1972, ma è più vecchio: lo stesso disegno stava sopra la porta del municipio fin dalla fine della prima guerra mondiale, ed è attribuito al pittore Albert Stolz, che ha affrescato anche la parrocchiale. Quella chiesa, costruita la prima volta alla fine del Duecento e rifatta più volte, oggi è nella forma che le fu data nel 1824. E la montagna continua a venire giù: il dodici ottobre 2007 dalla Cima Una è caduta una frana di immani proporzioni, senza vittime, e un'altra è scesa dallo stesso versante quattro anni dopo.
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