Il nome di Melito è un fossato. Nella bassa latinità «mellito» voleva dire «fossato profondo», e un fossato qui c'era davvero: il fossato di Napoli, che separava il territorio napoletano da quello di Capua e serviva da difesa ai tempi del ducato, quando si combatteva contro i normanni. Passava per la campagna di Giugliano, tagliava la masseria Signorelli e proseguiva lungo quella che oggi è via Roma. Lo colmarono probabilmente in età aragonese, ma le strade ne seguono ancora la linea. L'altra ipotesi è più dolce: melois, «frutti», per i meleti che c'erano. Casale di Napoli per volontà di Federico II, così si chiamò fino al 1800: e non ebbe mai mura, né castelli, né fortezze — segno che qui si stava tranquilli.
La sorpresa è la chiesa. Santa Maria delle Grazie fu rifatta da zero su una più antica, forse del 987, e la costruì a pianta centrale Giuseppe Astarita nella seconda metà del Settecento: la facciata concavo-convessa è girata verso Napoli, ma di fianco asseconda la curva della strada, e fa da cerniera fra il paese e la statale. Il modello è il San Carlino alle Quattro Fontane di Borromini: si piega al centro sul portale, col timpano a volute e i capitelli «alla michelangiolina». È un episodio di barocco tardo che dalle parti di Napoli si chiama neoborrominiano, e sta qui, in un paese che nessuno viene a vedere. All'estremità nord ci sono le Colonne di Giugliano, punto di riferimento dei melitesi. Il resto è una città giovane e fittissima, fra le più dense d'Italia: il centro di Napoli si raggiunge in metropolitana, l'area flegrea e il litorale domizio sono a un quarto d'ora.