La sera del 16 gennaio, a Novoli, danno fuoco a una montagna di tralci di vite. È la focara: può arrivare a 25 metri d'altezza, è unica nel suo genere in Italia e forse una delle più grandi d'Europa, e si accende dopo la processione, con i fuochi d'artificio. La si costruisce ogni anno, e chi la costruisce ne cambia la forma: certe volte le lasciano un varco in mezzo, la galleria, e di lì passa il santo in processione. I festeggiamenti per sant'Antonio abate cominciano il 6 gennaio e finiscono il 18 con la festa dei paesani e la sagra te lu puercu. I tralci, poi, non sono un caso: l'agro novolese è quasi tutto oliveti e vigneti, e questa è terra di Negroamaro, tanto che il comune sta dentro il parco che da quel vino prende il nome.
Il nome del paese, invece, è quello che gli hanno dato le persone, non i documenti. Per il filologo Gerhard Rohlfs Novoli viene dal latino Novulum-Novale, il campo da arare; ma il nome esatto del feudo era Santa Maria de Novis, e a usare l'altro erano i paesani e i forestieri. Fino all'Unità d'Italia lo stemma aveva un soggetto tutto diverso: la Madonna di Costantinopoli col Bambino in grembo, e sarebbe proprio la devozione mariana a spiegare il nome. Il villaggio sarebbe nato intorno a tre chiese antichissime, San Salvatore, San Giovanni e Santa Maria Madre di Dio, per opera degli abitanti del casale di Porziano, che si trasferirono qui da una zona paludosa lì vicino. Ma le tracce sono più vecchie: nelle grotte di Cardamone ossa fossili del pleistocene superiore e selci scheggiate neolitiche, in contrada Pietragrossa un menhir dell'età del bronzo, e due tombe del sesto secolo avanti Cristo. Dal 1520 in comproprietà e dal 1532 da soli, il feudo fu dei Mattei, che costruirono il palazzo baronale e diverse chiese, fra cui il San Salvatore a pianta ottagonale; poi dei Carignani, fino all'abolizione della feudalità nel 1806.