Manduria è un nome messapico, e forse vuol dire cavalli: la radice mando- si confronta col sanscrito mandurā, «recinto, stalla per cavalli». Non è strano, perché nel Salento antico i cavalli si allevavano molto e si venerava un Giove-padre, Iuppiter Menzana, a cui i cavalli venivano sacrificati; e allo stesso ambito qualcuno riporta anche il nome di Cavallino. La città compare in Tito Livio e in Plinio il Vecchio, e nella Tabula Peutingeriana è scritta Manduris. Fu una delle grandi città messapiche, e le sue guerre con Taranto furono cose serie: nel 338 avanti Cristo, sotto queste mura, ci lasciò la vita Archidamo III, re di Sparta, che combatteva dalla parte dei tarantini. Più tardi Manduria si schierò con Annibale, e Roma gliela fece pagare: le fonti parlano di migliaia di persone deportate.
Nel parco archeologico ci sono tre cerchie di mura megalitiche e la più grande necropoli messapica mai trovata, con circa duemilacinquecento tombe. E poi c'è il Fonte Pliniano, che è la cosa più bella: una caverna larga diciotto metri e alta otto, con una scala di venti gradini scavata nella roccia e un lucernario quadrato nella volta — e proprio lì, nel punto da cui entra la luce, ci ha messo le radici un mandorlo. Dentro c'è una vasca dove l'acqua continua a scorrere mantenendo sempre lo stesso livello, e fu questo a stupire Plinio il Vecchio, che lo scrisse: un lago che non cala se lo svuoti e non cresce se ci versi. La spiegazione è idrogeologica — il pavimento della grotta sta al livello della falda —, ma i messapi ci vedevano un luogo di culto, probabilmente di una divinità delle acque. Il nome della città, invece, glielo restituì un re: nel 1789 Ferdinando di Borbone abolì il nome moderno e le ridiede quello antico. Oggi Manduria è la capitale del Primitivo, il rosso che da vino da taglio è diventato bandiera del Sud; e il mare di San Pietro in Bevagna è a dieci minuti fra i vigneti.