Giarre è diventata celebre per quello che non ha finito: le opere pubbliche cominciate negli anni Novanta e mai entrate in funzione, tanto che la città è considerata la capitale dell'incompiuto. Qualcuna ha trovato un secondo mestiere, e una è perfino diventata un parcheggio multipiano; c'è chi ci vede un richiamo turistico. Il nome viene dall'arabo e vuol dire contenitori di terracotta; il paese nacque nel Cinquecento dentro la contea di Mascali, e crebbe quando il terremoto del Val di Noto costrinse a spostare a valle la vecchia strada consolare, facendone il passaggio obbligato fra Catania e Messina. L'autonomia da Mascali arrivò soltanto nel 1815, e le sette torri dello stemma vengono da lì, dalla contea che l'aveva tenuta.
Il duomo neoclassico, alzato dalla fine del Settecento in pietra bianca di Comiso, è dedicato a sant'Isidoro Agricola, patrono di Madrid, e custodisce un organo dei fratelli Serassi fra i più grandi di Sicilia; a Santa Maria la Strada c'è ancora il pozzo di Ruggero I, del 1081. Il Novecento le ha tolto e ridato perfino il nome, perché sotto il fascismo fu fusa con Riposto e ribattezzata Ionia, e solo dopo la guerra tornò Giarre; e nel suo territorio resta un'enclave, la frazione Tagliaborse, che appartiene a Mascali. Il fatto per cui la città è entrata nella storia nazionale, però, è del trentun ottobre 1980: due ragazzi che in paese tutti conoscevano e chiamavano i ziti, i fidanzati, furono trovati morti mano nella mano. L'Italia dovette accorgersi che un problema di discriminazione esisteva, e un mese dopo, a Palermo, nasceva la prima sezione dell'Arci dedicata agli omosessuali.